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Grand Raid de la Réunion - Diagonales des Fous

19/11/2021 09:56

L’attitudine per correre gare di Ultra Trail è quella capacità che ti permette di andare avanti sul filo del rasoio per ore e ore in uno strato di concentrazione tale per cui non esiste più nulla se non la distanza tra te e il tuo obiettivo. Sai che ti stai consumando man a mano che avanzi ma fai di tutto per bruciarti completamente solo a 5 metri dal traguardo.

Ecco, penso di aver perso quell’attitudine, o meglio, ho perso la capacità di dare tutto me stesso, di prendere dei rischi per andare più velocemente possibile verso l’obiettivo. Non mi spaventano la fatica e la sofferenza ma quello che provo una volta tagliato il traguardo. Non sto parlando del dolore fisico. Non è, certo, il dolore muscolare, quello ha un suo lato piacevole, ti ricorda in maniera buffa quello che sei riuscito a fare con le tue gambe. E’, piuttosto, quella strana sensazione in cui il tuo corpo richiede riposo, nutrimento e idratazione ma allo stesso tempo li rifiuta perché troppo esausto. Questa sensazione si è radicata in me in tutti questi anni e alberga in una parte del mio cervello che non riesco a controllare mentre corro. L’esperienza mi aiuta a dominare tutti i segnali di allarme che il cervello continua a mandare ma quella sensazione ha un canale di comunicazione che non riesco ad intercettare e suona come una sirena durante un bombardamento, non posso fare a meno di sentirla.

Quest’anno ho provato a riprendere le gare, in qualche occasione sono riuscito a ricreare quella meravigliosa sensazione in cui tutto fila liscio, senza intoppi e riesci a correre al massimo senza far suonare la sirena, ma si trattava di gare piuttosto corte tra i cinquanta e i sessanta chilometri. Quando ho provato a correrne una a tre cifre, non appena è suonata la sirena non sono stato più in grado di continuare, il segnale era per me in quel momento inequivocabile: cosa stai facendo? Hai idea di come ti ridurrai se vai avanti così? Non ho neanche provato a controbattere che mi si è ribaltato lo stomaco e mi sono arreso. È uno sport di merda il nostro, non solo devi essere preparato fisicamente e non è facile, ma devi anche avere una forza mentale a prova di bombardamento. Il divario tra quello che vorrei fare e quello che riesco a fare è sempre più grande.

Come tutte le sconfitte anche questa ha portato un insegnamento: ho dovuto rivedere i miei parametri, i miei calcoli e accettare questa nuova condizione, non sono più in grado di arrivare al mio limite. Ma quanto mi devo tenere al di sotto di esso rimane ancora da scoprire.

Finita la premessa, mi rimane un pettorale gratuito per una delle gare faro nell’immaginario collettivo di chi come ma ha cominciato a fare Ultra Trail più di dieci anni fa, quella che è gli addetti hai lavori è sempre stata chiamata “La Diagonale dei pazzi”.

Due anni fa ero a Chamonix con lo stand Wild Tee, quando un signore che stava comparando due delle nostre magliette vede i miei pettorali incorniciati alle pareti (li uso come coreografia per i nostri cappelli Endurance) e mi dice che ne manca uno, io gli rispondo che ne mancano tanti, lui si riferisce proprio a quello del Gran Raid delle Réunion, e, sorridendo, mi dice di scrivergli che lui è il direttore della gara. Manco a dirlo, appena si allontana gli mando subito una e-mail. Dopo qualche giorno, mantenendo la parola, ricevo un codice per l’iscrizione alla gara.

Dopo un’estenuante attesa, un lutto arriva in famiglia, Irene ha bisogno di staccare e le butto lì che potremmo andare qualche giorno alla Rèunion. Troviamo un appartamento con Wi-Fi per poter lavorare da remoto, organizziamo rapidamente il viaggio e partiamo. Fortunatamente Air France permette di compensare le emissioni di CO2 del volo con i punti frequent flyers e anche la mia coscienza si rilassa.

Arrivati sull’Isola capiamo subito due cose. La gara è considerata come un evento globale da tutta l’isola, gli iscritti solo al Gran Raid sono 2611 e questa è la ventinovesima edizione. Fa molto caldo e sarà dura. La decisione dell’ultimo momento porta con sé la serenità di chi sa di non essere preparato per un evento del genere.

Amo sempre meno le gare con tanti concorrenti, mi piace decidere all’ultimo momento e arrivare alla partenza il più tardi possibile, qui tre ore sotto il sole per poter ritirare il pettorale e due ore di coda per entrare in griglia sono il prezzo da pagare per poter partire.

Finalmente alle 21 di giovedì lo sparo liberatorio, non vedo l’ora di essere solo sul sentiero in qualche posto sperduto. Dovrò aspettare ancora un po’ perché sembra che tutta la popolazione dell’isola si sia riversata nelle strade di Saint Pierre. Non ho mai visto così tanto pubblico ad una gara di Trail Running, letteralmente due ali di folla urlanti ci incitano per almeno cinque chilometri, roba da far impallidire Chamonix e il suo UTMB. Passando per i vari quartieri della città, cambiano le etnie e di conseguenza la musica che viene diffusa dagli amplificatori o suonata live dai gruppi. La festa proseguirà per tutta la durata della gara (66 ore il tempo limite, quasi tre giorni!), incontreremo qualcuno che suona, canta e balla al nostro passaggio nei posti più insoliti, persino un ottimo clarinettista nel bel mezzo della foresta.

I primi chilometri sono facili, so che probabilmente saranno gli unici in cui si potrà correre ma parto con il freno a mano tirato, ho paura del caldo-umido. Lascio che mi passino parecchi concorrenti che, sgomitando, mi ansimano sul collo, generalmente lascando una scia di alito aromatizzato all’aglio tipico dei francesi e poliestere impregnato di sudore.

Mentre attraversiamo le piantagioni di canna da zucchero, importante risorsa locale, gli idranti per l’irrigazione ci danno un’apparente rinfrescata. Ci dirigiamo verso l’interno dell’isola, salendo di quota attraversiamo banchi di nebbia così fitta che risulta difficile riuscire a respirare. La pesante maglietta con cui tutti siamo stati obbligati a partire comincia a grondare anche sui pantaloncini, senza fermarmi me la levo e la lascio a sgocciolare appesa allo specchietto retrovisore di un minivan e mi metto la mia t-shirt Hawaiiana di Wild Tee.

Affrontare più di 9600 metri di dislivello senza poter utilizzare i bastoncini rende tutto più difficile da prevedere. Reggeranno le mie gambe?

Nel dubbio affronto le prime discese con estrema prudenza, so bene che, al contrario di quello che si pensa, sono le discese con le loro sollecitazioni a distruggere i muscoli delle cosce e non le salite.

Mi aspettavo che durante la notte la temperatura scendesse, invece anche a più di duemila metri continua a fare caldo.

Sono nel cuore dell’Isola quando il sole buca lo strato di nuvole sotto di noi. L’immagine alle mie spalle è bellissima, continuo a girarmi inebetito per guardarlo rischiando di inciampare sulle rocce che insidiosamente costituiscono il sentiero. Mi fermo a fare qualche foto e vedo che anche altri concorrenti mi seguono per fare lo stesso. Nessuno apre bocca per non rovinare quel momento, un sorriso con gli occhi lucidi e stanchi per la notte insonne basta per condividere la situazione.

Gran Raid de la Réunion

L’alba è bellissima ma sento già il calore dei raggi del sole sulla mia schiena, sarà una lunga giornata.

L’interno dell’isola è molto più verde e ricco di acqua di quanto pensassi. Dall’alto si vede solo la forma delle conformazioni vulcaniche perché completamente ricoperte dalla vegetazione. Ce n’è così tanta che è quasi impossibile scorgere i sentieri e i collegamenti tra i paesi. Vedo quella che probabilmente sarà la prima delle due basi vita (Cilaos) ma non riesco a capire come sia possibile arrivarci.

Infatti, quello che non posso certamente considerare un sentiero e che risulta percorribile solo grazie alla vegetazione e alle liane a cui attaccarsi, scende in picchiata fino al fondo valle per poi, senza nessun ritegno, risalire dalla parte opposta con la stessa pendenza. In discesa mi supera un ragazzo locale della gara a staffetta che scende molto bene, così senza nessuna ragione mi attacco a lui e insieme superiamo diversi concorrenti che sembrano in difficoltà su un terreno così tecnico. So che è una cosa senza senso ma mi scuote dal torpore notturno e mi mette di buon umore. Nota: le liane prima di tenerti scendono insieme a te per qualche metro, vanno prese ben prima di averne bisogno.

Per fortuna il ristoro del sessantacinquesimo chilometro si trova su un pianoro per cui non devo risalire più di tanto.

Gran Raid de la Réunion

Sono le sette di mattina e dieci ore di corsa quando ci arrivo, il mio stomaco regge ancora e approfittando del cibo caldo mi sembra un’ottima idea farmi un piatto di riso e pollo alla creola. Finora sono riuscito ad alimentarmi decentemente per i miei standard: qualche barretta, un paio di gel e quando disponibile del brodo.

Mi prendo il mio tempo anche perché tra poco, al settantesimo chilometro, mi aspetta una delle tre salite più impegnative, 1250 m di dislivello positivo in meno di 6 chilometri con una pendenza media del 21%. Da qui in poi sarà necessario riempire tutte e tre le borracce da mezzo litro. Mi concentro per riorganizzare lo zaino senza fare errori, gel, barrette e pile di ricambio nuove per la lampada frontale perché facilmente arriverò alla prossima base vita con il buio. Sostituisco le Mafate 3 con le Evo Mafate 2 più leggere e più stabili, infatti ci stiamo avvicinando alla zona del Cirque du Mafate da cui le scarpe di Hoka prendono il loro nome. Cambio l’hawaiiana nera con quella azzurra. L’accoppiata Hawaiiane e Mafate mi sembra perfetta e questa coerenza, nella sua semplicità, mi dispone di buon animo. A parte una scivolata nel fango, i pantaloncini Bryce reggono bene, ne svuoto le tasche laterali nei contenitori per la raccolta differenziata sempre presenti sull’isola.

Gran Raid de la Réunion

Tutti sembrano avere una o più squadre di assistenza posizionate nei pressi dei ristori, io non ho nessuno e ne sono felice, non voglio che nessuno si preoccupi per me e io non voglio avere nessuna preoccupazione se non rispetto i tempi concordati. Sono solo ed è quello di cui avevo bisogno, nessun fattore esterno può influenzare la mia condotta, tutto dipende solo da me.

La tanto temuta salita è effettivamente molto impegnativa, quando non devo usare le mani per attaccarmi a qualche roccia o albero le uso per spingere verso le ginocchia i quadricipiti impegnati nella salita (non invece, come fanno in tanti, sulle ginocchia ;-) ). Nonostante stia salendo a più di 2000 metri di quota fa molto caldo e sono bagnato fradicio. Cerco di bere con regolarità ma il mix di quota, caldo e umido non è di quelli che preferisco. Terminata la salita, senza un attimo di respiro, si scende in picchiata dal versante opposto.

Sarei ipocrita se dicessi che mi basta arrivare, essere Finisher. Non mi basta, voglio arrivare, essere soddisfatto di me, di come ho gestito la gara e del mio piazzamento. Questa non è una cosa facile, più è lunga e complessa la gara più è difficile. Vorrei tanto battagliare per una discreta posizione in classifica o per un buon tempo all’arrivo, ma le gare di questo tipo non si improvvisano, quindi cerco di stare tranquillo che è solo l’inizio.

Anche in questa parte dell’isola la vegetazione è così fitta che sembra impossibile che ci siano dei ristori per un numero così elevato di concorrenti, eppure, come per magia, dietro una curva al chilometro previsto il punto di sosta è lì ad aspettarci con il suo carico di festa e gentilezza. La logistica e l’organizzazione sono sempre all’altezza della situazione e i volontari ai ristori sempre gentili, premurosi e preparati. La sensazione è un po’ quella di andare a trovare degli amici che ti stanno aspettando da tanto tempo e sono pronti ad accoglierti.

Gran Raid de la Réunion

Purtroppo, capisco bene il francese e ad un certo punto sento che sono intorno alla centesima posizione, avrei preferito non saperlo e continuare ad andare avanti nella mia bolla d’ignoranza. Ogni parametro che si aggiunge all’equazione rischia di influenzarne il risultato. Meno elementi ha la mia mente da calcolare e più facile, o meglio meno difficile, risulta non farsi influenzare.

A causa dello sforzo intenso riesco ad alimentarmi di meno, le barrette mi si impastano in bocca senza che riesca a deglutirle, anche bere tutta quell’acqua comincia a risultarmi difficile.

Gran Raid de la Réunion

In un tratto non particolarmente difficile comincio a perdere i colpi. Voglio arrivare al ristoro prima di fare un bilancio della situazione, smetto di bere e di cercare di mangiare, abbasso la testa e mi concentro solo sui miei passi. Vorrei tanto avere i bastoncini per poter appoggiare sulle braccia il peso del busto che mi sembra diventare sempre più pesante ad ogni passo. A fatica arrivo al ristoro del novantaseiesimo chilometro, la mia faccia non deve essere delle migliori perché due ragazze (sono quasi tutte ragazze) dello staff medico mi continuano a domandare se sto bene. Sdrammatizzo per non farle preoccupare (i problemi della vita sono ben altri) ma la sirena sta suonando nella mia testa. Stare li a guardare gli altri che mangiano non ha senso. Se devo stare male meglio che sia subito. Mi alzo e chiedo la direzione in cui proseguire, dopo neanche cinquanta metri lo stomaco mi si ribalta e tenta di uscire dalla bocca. Sono di fronte alla prima grande domanda: sono a pochi metri dal ristoro, torno indietro o vado avanti? Ci penso due secondi e decido di andare avanti. Mi sento debole, cerco di pensare il meno possibile e di non fare calcoli inutili. Sono in balia della tempesta e mi lascio trasportare dalla corrente. Lascio stare il tempo che scorre inesorabile, lo dilato, non esistono più le ore ma le mezze giornate. Cambio prospettiva, che forse è una delle doti migliori di un Ultratrailer, anche se le energie rimaste sono quelle che sono e mi sembra di muovermi al rallentatore, vado avanti.

Al ristoro successivo mi fermo e cerco di alzare le gambe per fare confluire un po' di sangue dalle gambe allo stomaco perché la vedo dura riuscire ad arrivare a Saint Denis senza mangiare.

Nel frattempo, il percorso mette a dura prova la mia volontà di andare avanti. Dopo una salita piuttosto impegnativa arrivo ad un belvedere dove una coppia di escursionisti che si gode tranquillamente il paesaggio sta spiegando al concorrente che mi ha appena superato che il prossimo ristoro è proprio lì davanti ai suoi occhi in linea d’aria saranno meno di duecento metri, poi vedo che indicano in basso tra i loro piedi, soffro di vertigini quindi non ci penso neanche a guardare giù quasi nel vuoto. Vedo l’espressione del corridore cambiare da “Ok ci siamo” a “non può essere vero”. In pratica non abbiamo altra alternativa che scendere per 4/500 metri di dislivello nella gola, non si sa per quale sentiero, attraversare il fiume che non si vede neanche da tanto la parete è verticale e risalire dalla parete opposta. Non ho neanche la forza di commentare, cerco di scendere cercando di evitare di cadere. Mi viene in mente che la prima volta che ho appreso la notizia che un concorrente era morto durante una gara era in questa. Il ricordo basta e avanza per farmi trovare la lucidità e la coordinazione per non scivolare. Esausto, al fiume mi butto in acqua e bevo direttamente a bocca aperta. Non so se sia la cosa più indicata in un’isola tropicale ma è bellissimo. La risalita è un calvario di 800 metri di dislivello al 16%, per fortuna la sera si sta avvicinando e le ombre si stanno allungando sui concorrenti.

Gran Raid de la Réunion

Voglio arrivare a questo ristoro che sembrava così vicino, sono stufo, così, senza accorgermene, accelero il passo. In tanti mi hanno superato in queste ore, ma comincio a vedere l’affacciarsi dei pensieri più funesti sui loro visi quando li sorpasso nuovamente. Com’è che si dice? Mal comune mezzo gaudio?

Ci metto più di 5 ore per fare poco più di 8 chilometri, credo che sia il mio record assoluto in più di 8000 chilometri in gare di Ultra Trail.

Prendo del brodo e va giù, ci aggiungo della pastina e va giù, il cambio di ritmo e una temperatura più umana hanno fatto il loro dovere. Mi sdraio a terra per non rovinare la sequenza degli eventi ma non riesco a stare tranquillo, sento le energie tornare poco a poco. Il campo comincia ad assomigliare più ad un lazzaretto che a un ristoro di una gara, mi alzo e senza voltarmi indietro raggiungo un gruppetto di concorrenti, alcuni della mia gara e altri con il pettorale rosso della staffetta che fanno più o meno lo stesso percorso ma diviso tra tre concorrenti. Nel gruppo come tra animali individuo subito quello che potrebbe essere il capo branco e mi attacco a lui. In salita faccio fatica a tenere il suo ritmo. Il mio metabolismo, a corto di carboidrati, stava consumando quasi esclusivamente grassi, lo avevo sentito, anche fisicamente, quando mettevo le mani sui fianchi, per sorreggere il busto in salita, che si stavano consumando. Ora gli sto chiedendo di ricominciare a bruciare quelle poche riserve che sono riuscito ad accumulare. Non è facile perché il cervello se le vuole tenere per sé e non ha nessuna intenzione di lasciarle ai muscoli.  Finalmente, come se gli atavici istinti dei nostri antenati esperti di caccia di persistenza si fossero risvegliati, entro in competizione con il capo branco e riesco a disattendere i segnali del cervello. Lo seguo, distanziamo il resto del gruppo e appena intuisco un suo momento di debolezza non esito a superarlo. La discesa come sempre è impegnativa e dopo un po’ non sento più i suoi passi alle mie spalle. Ai ristori mi fermo solo per riempire le borracce, in una metà acqua e metà cola, nell’altra acqua gasata quando disponibile. Questo è il momento in cui decido che, nonostante tutto, questa gara la finirò. Mi ricordo quasi tutti i momenti come questo in tutte le gare che ho fatto. Corro come se fossi appena partito, o almeno mi sembra di farlo. La notte è bellissima, senza nuvole, con la luna e le stelle, il silenzio assoluto, interrotto solo dal gracchiare delle rane. Questo è quello che cercavo e che mi ero dimenticato esistesse. Appena vedo una luce davanti a me la punto, la raggiungo e la supero senza più fare distinzione tra pettorali blu o rossi. Sono in uno stato di completo Flow, dimentico il mio corpo, tutto è movimento, ci sono solo le mie gambe e la corsa. Attraverso correndo un fiume il cui letto è fatto di sabbia vulcanica nera finissima che mi si infila nelle scarpe ma neanche questo rallenta il mio avanzare verso nord.

Mi risveglio dal mio idillio quando raggiungo la seconda e ultima base vita, il cervello ricomincia a fare calcoli su quanto manca, quanto ci metterò e quali difficoltà mi attendono.

Mangio qualcosa, mi sforzo di prendere dalla drop bag quello che mi può servire per andare all’arrivo. Più avanzo più mi rendo conto che ho bisogno sempre di meno cose. Lascio le barrette tanto non se ne parla di mandarle giù, prendo qualche gels e le pile per la frontale, cambio le mie calze Rockies che, come sempre, non mi hanno dato nessun problema e metto l’ultima Hawaiiana, quella bianca e azzurra.

Incoscientemente, vorrei ripartire subito ma so che sarà ancora lunga, mancano ancora più di 2000 metri di dislivello positivo e che tra poco ci sarà la temibile salita del Dos d’âne con i suoi 700 metri di dislivello al 18%.

Tante gare che si mescolano nella mia testa con pensieri contrastanti, senza un particolare motivo decido di fare un massaggio. Come avevo fatto alla Spartathlon, come forma di rispetto per la durezza del percorso. Un po’ come dire alla Gara: “rallento, mi fermo, faccio una pausa perché so che se non lo faccio potresti vincere tu”. Mentre sono steso sul tavolo mi accorgo che non è come me lo aspettavo, la luce e troppo forte per i miei occhi aperti da così tanto tempo e i generatori a gasolio rovinano il silenzio della foresta. Mi rimmergo più velocemente possibile nell’oscurità della seconda notte. Mando un messaggio ad Irene che avrà finito di lavorare da poco per avvisarla che sono ancora vivo, dopo ventiquattro ore mi sembrava giusto. Mi risponde che sto recuperando bene dalla centoventiseiesima posizione da cui ero scaduto e che nostra figlia Cecilia mi segue, incollata al Live da Milano.

Attacco con cattiveria la salita e di conseguenza ricomincio a grondare sudore. Non è bello ma da vecchio Ultratrailer so anche che è un buon segno perché vuol dire che nel frattempo mi sono idratato correttamente. La salita è brutale e c’è poco anche a cui attaccarsi, ogni tanto qualche liana, nei punti più esposti qualche catena per il resto mi arrampico come meglio riesco. Oltre due ore se ne vanno per fare meno di quattro chilometri. Per fortuna la discesa non è delle peggiori, vedo il mare e la costa in lontananza, spero solo che il percorso non ci riservi più sorprese. È più facile affrontare una difficoltà se questa è prevista, è molto più difficile se inaspettata.

Continuo a recuperare posizioni, ai lati del sentiero spesso si incontrano concorrenti che dormono, qualcuno procede malamente.

Il Chemin des Anglais mette a dura prova la mia resistenza, non è un tratto particolarmente difficile, si tratta di un cammino lastricato con rocce di pietra lavica disposte ad intervalli irregolari. Bisognerebbe correrlo perché la pendenza non è mai eccessiva ma l’irregolarità dei passi è molto difficile da tenere in corsa, un vero e proprio incubo che sembra non finire mai. La pietra nera ha assorbito il calore del sole durante tutta la giornata e lo rilasci allegramente durante la notte, sento le suole Vibram delle mie scarpe che soffrono.

Gran Raid de la Réunion

(foto di repertorio di giorno, giusto per rendere l'idea)

Finalmente arrivo a La Possession, siamo al mare ma hanno solo te e brodo bollente, i miei bicchieri di silicone stanno per cedere anche loro, impaziente aspetto che si raffreddino.

Con mia grande gioia il sentiero lastricato prosegue anche dopo il paese. Non ne posso più, per lunghi chilometri sono da solo e se non fosse per qualche isolato concorrente da superare mi fermerei a dormire da qualche parte.

Sono quasi contento quando ricomincia la salita dura così non devo cercare di correre.

Al penultimo ristoro riparto con due concorrenti e uno è molto più veloce di me in salita, non riesco a stargli dietro ma mi fisso di non perderlo di vista, appena spiana un poco cerco di recuperare su di lui. Lo so che è assurdo mettersi a fare gara a questo punto ma è un ottimo passatempo. Con il nostro treno continuiamo a superare altri concorrenti che non oppongono più resistenza, vogliono solo arrivare non importa quando.

Gli sono alle costole quando ad un certo punto nel bel mezzo di una salita dice che è stanco e che si ferma, lo vedo sedersi sulla terra rossa con la coda dell’occhio mentre lo sorpasso. Doso attentamente i due gel che mi rimangono, ma oramai nulla si può intromettere tra me e l’arrivo, è solo una questione di tempo.

Nell’ultima salita spingo forte e il mio corpo risponde perfettamente alle sollecitazioni, all’ultimo ristoro non mi fermo neanche. Corro come un bambino al parco giochi, è pura gioia.

Non mi ricordavo più che nella ultra, la gara è così lunga che puoi morire e risorgere prima che finisca. Sembra assurdo riuscire a correre relativamente forte quando qualche ora prima si faceva fatica a camminare. Alla fine avrò recuperato più di cinquanta concorrenti.

L’ultima discesa è assurda, non vedo neanche dove poggiare i piedi, ma non mi importa nulla, scendo senza freni saltando sulle rocce e correndo come un pazzo entro nello stadio de la Redoute a St. Denis dopo più di 33 ore dalla partenza dall’altra parte dell’Isola de la Réunion.

Gran Raid de la Réunion

La Diagonales è stata per anni considerata la gara più dura al mondo, in seguito altre gare, probabilmente più impegnative come il TOR, la PTL o l’Euforia, sono state organizzate. Ho avuto la fortuna di concluderne alcune ma effettivamente questa rimane sicuramente nella Top 10 per la sua durezza.

Non so se la rifarei ma sono contento di averla fatta.

Per gli amanti dei numeri: Strava

Mi sono fatto prestare da un amico della Runaway Crew un COROS Vertix. Ero curioso di provarlo, sono partito con il 99% di batteria e, dopo 33 ore e mezza senza sosta con la massima precisione del GPS, sono arrivato, esattamente, con il 50% di batteria. Normalemente gli orologi GPS dopo 20/25 ore si spengono, il Vertix può fare tranquillamente farne 65.

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