EUFORIA ULTRA RAID - 233 KM 20.000 M D+

EUFORIA ULTRA RAID - 233 KM 20.000 M D+

Storie Gare

EUFORIA ULTRA RAID - 233 KM 20.000 M D+

Cominciamo dalla fine.

Ordino (Andorra), sabato 20 Luglio 2019 ore 22:19

“Roby mi passi il tuo telefono”. “Tieni”. “Con che nome hai salvato il mio numero?”. “Filo, ma perché?”. “Lo devo cancellare, così quando, la prossima volta, ti viene in mente di chiamarmi per un’altra roba del genere, chiami qualcun altro”.

Questi i dati: abbiamo appena percorso 233 Km con 20.000 m di dislivello positivo. Ci abbiamo messo 86 ore per completare il perimetro del principato di Andorra, salendo e scendendo da tutte le sue cime, seguendo una traccia GPS. Cinque vette sopra i 2.900 m, ventidue sopra i 2.500 m, con un’altezza media di 2.200 m. Abbiamo dormito un’ora e un quarto in tre giorni e mezzo. Si, “abbiamo” perché la questa gara si fa a coppie e se non arriva uno non arriva nessuno. Conosco Roberto da tanti anni, insieme abbiamo percorso tanti chilometri, ci siamo cacciati in tanti pasticci sui sentieri e ne siamo sempre usciti. Insieme a lui e a Luca nel 2018 ho completato il percorso della PTL, una delle gare di Endurace Trail più dure (racconto qui).

Ma i numeri non rendono, mai, giustizia di quello che è successo.

Mercoledì 17 Luglio 2019 ore 21:49

Euforia - Ultra Trail - Andorra

Entriamo, stremati, nella prima base vita. L’ultima ora è trascorsa in silenzio, entrambi decisi a ritirarci ma senza avere il coraggio di confessarlo all’altro. Abbiamo impiegato più di quindici ore per fare quarantasette chilometri. I segnali che i nostri corpi ci mandano sono tutti negativi. Di solito capita che uno dei due abbia delle brutte sensazioni mentre per l’altro siano positive, in quel caso si tratta di una crisi passeggera superabile distogliendo i cattivi pensieri e mettendosi a ruota di chi sta meglio. In questo caso, invece, entrambi siamo esausti, la fatica, che siamo venuti a cercare, è stata enormemente più grande delle nostre aspettative. Sopra i 2.000 m fatichiamo a respirare, i muscoli delle cosce bruciano ad ogni passo in salita, in discesa non va meglio e non riusciamo a correre. Siamo già caduti diverse volte e io ho anche rotto un bastoncino in una scivolata su una pietraia (il graffio sul mio sedere non andrà più via). Ci sembra che gli altri siano molto più freschi e agili di noi. Uno di fronte all’atro, ci guardiamo in faccia da più di mezz’ora, scuotendo la testa a turno, cercando di capire quale sia il problema senza trovare una soluzione. Alla fine dobbiamo arrenderci all’evidenza: non siano preparati. Quasi simultaneamente, pronunciamo le fatidiche parole che nessun ultra-trailer vorrebbe mai dire: ”ci ritiriamo, basta, ci fermiamo qui”.

Quando siamo entrati nel rifugio c’era poca gente, solo altre due squadre, un buon momento per ritirarsi e godersi la pace di quel posto. Ora, invece si è riempito di gente, concorrenti, familiari, volontari. Tanti si ritirano. Tutti si agitano generando confusione, il rumore è quasi assordante. Io e Roberto ci guardiamo, nuovamente, in faccia e con un mezzo sorriso, senza dire una parola, che tanto non servono quando ci si intende, ci alziamo e usciamo andando incontro alla notte silenziosa.

Euforia - Ultra Trail - Andorra

Nell’oscurità dobbiamo rimanere concentrati per seguire la traccia GPS e non sbagliare strada. Questo ci aiuta a non pensare, a non fare calcoli sui nostri tempi di percorrenza. Se non li fai i calcoli, non li puoi sbagliare e non possono fregare le tue aspettative. Anche perché, poi, i conti si fanno sempre alla fine. Ma spesso questo lo si dimentica.

Giovedì 18 Luglio 2019 ore 3:40

Mancano 100 m alla vetta del Comapedrosa, il punto più alto della gara. Ho sempre sentito parlare di questa leggendaria cima, come di una delle bestie più nere di tutti i trails. Per fortuna, nell’oscurità non ho visto il muro di pietre e roccia su cui ci arrampichiamo da più di due ore. 1.600 m di dislivello positivo in tre chilometri; ne mancano 100, ci fermiamo a respirare come gli alpinisti su un ottomila. Ripartiamo. Superato il primo colle tira un forte vento, all’unisono togliamo lo zaino e ci mettiamo la giacca. Lo avevo già notato alla PTL, arriva un punto in cui la squadra si comporta come un unico individuo. Non c’è neanche bisogno di dirsi le cose, le facciamo simultaneamente. Forse per non dover fare la fatica di mettere anche i pantaloni, acceleriamo il passo per non prendere troppo freddo. Raggiungiamo velocemente la vetta e per non darle troppa importanza, con arroganza, le voltiamo le spalle e scappiamo verso la prossima cima.

L’alba tarda ad arrivare, ma quando spegniamo la frontale la vista dell’immenso anfiteatro delle cime dei Pirenei è da togliere il fiato. Rimanendo sempre in altura non vediamo più l’insignificante valle che costituisce la spina dorsale urbanizzata dello stato.

Mi giro verso Robi che sta salendo dietro di me e gli faccio cenno di girarsi. Si ferma, si appoggia ai bastoncini e, in estasi, contempla lo spettacolo che abbiamo davanti agli occhi.

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Dopo tanti anni non ho ancora capito se facciamo così tanta fatica per momenti come questo: ma è in questi istanti che mi sento vivo. Ci guardiamo con gli occhi lucidi di gioia per un secondo poi con un’imprecazione riprendiamo, chini sui bastoncini, la salita. Gli urlo di andare a quel paese: ho visto più albe con lui che con mia moglie.

Giovedì 18 Luglio 2019 ore 13:00

Ora la temperatura è insopportabile, sono le ore più calde e stiamo scendendo da due ore verso il punto più basso della corsa. Le gambe in discesa bruciano. Dopo un giorno e mezzo a più di 2.000 metri di altitudine, scendere fino a 900 ci sembra uno spreco di energie inutile. Oramai abbiamo capito come funziona da queste parti, le notti sono umide, fredde e ventose e le giornate calde e assolate. Arriviamo alla seconda base vita sapendo già che sarà dura uscire dalla palestra per affrontare i 1.800 m di salita che ci aspettano, così ci giochiamo la carta della doccia prima di uscire. Ancora bagnati, senza indugiare, ci buttiamo sul lembo di asfalto rovente che ci porta fuori dal paese, in meno di dieci minuti ci asciughiamo e ricominciamo a sudare. Istintivamente, la prima preoccupazione va alle riserve idriche che cominciamo a centellinare. Cerchiamo di procedere lentamente e con passo costante, sappiamo che non abbiamo altra soluzione che salire dove la temperatura sarà più mite.

Giovedì 18 Luglio 2019 ore 18:50

Sogniamo da almeno quattro ore una bibita gasata e zuccherata, e ma adesso appena incontriamo un rifugio ne compriamo una scatola, ci diciamo. Stranamente la salita che stiamo percorrendo è piuttosto semplice, non dobbiamo fare molta attenzione a pezzi tecnici o a seguire complicati cambi di direzione della traccia GPS. La tensione cala e la stanchezza si impossessa dei nostri corpi, come in sogno vediamo una bellissima casa in pietra. E’ in buone condizioni, ci sarà sicuramente qualcuno con una bibita molto gasata e molto zuccherata.

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Scopriamo così che ad Andorra non esistano rifugi gestiti con ristorante e posti letto, tutti gli edifici sono solo ed esclusivamente dei rifugi veri e propri con un tavolo e delle brande di ferro arrugginito. In una gara in autonomia (escludendo le basi vita) questo è un aspetto da considerare a fine Luglio soprattutto per le scorte idriche. Andremo avanti per altri due giorni a bere acqua dai torrenti, ruscelli e pozze. La delusione è così grande che non sappiamo cosa fare, proviamo a sdraiarci sulle reti di ferro, stare in una stanza con un tetto sopra la testa fa uno strano effetto. Io non riesco a dormire, non credo che neanche Roberto ci sia riuscito, dopo qualche minuto ci rimettiamo le scarpe e usciamo, comincia a piovere e continuiamo la nostra salita.

Euforia - Ultra Trail - Andorra

Il paesaggio diventa quasi lunare, la vegetazione è sparita.

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In breve ci troviamo avvolti nella nebbia, è molto difficile seguire la traccia GPS e non riusciamo a capire come mai siamo sempre fuori rotta. Dopo avere “ravanato” parecchio ci troviamo sull’orlo di un precipizio, la traccia indica che quella è la direzione da seguire. Se fossimo stati alla PTL non avremmo avuto dubbi che quella sarebbe stata la scelta giusta, ma fin ora la traccia del percorso dell’Euforia è sempre stata chiara e logica e non abbiamo mai avuto grandi dubbi. Come accade sempre in questi momenti, la congiuntura astrale non è dalla nostra parte. La nebbia è sempre più fitta, se ci allontaniamo tra di noi, ci perdiamo di vista. Il vento è freddo e ci impedisce di ragionare sul da farsi. Sta cominciando a fare buio. A fatica ci vestiamo di tutto quello che abbiamo e proviamo con cautela a scendere il dirupo. Ci sembra di scorgere delle tracce, scendiamo “surfando” sulle rocce che scivolano insieme a ghiaia e sassi. Dopo alcune centinaia di metri entrambi ci rendiamo conto che è impossibile che quella sia la via da seguire. Sotto di noi il vuoto e non si vede più nulla. Puntando i bastoncini nella ghiaia, decido di telefonare al controllo della corsa. E’ l’ultima spiaggia quando non sai proprio più cosa fare. Loro vedendo la posizione del nostro rilevatore GPS sapranno indicarci la direzione. Mi aggrappo a una roccia, telefono, rispondono subito, molto bene, ci dicono che ricevono il nostro segnale GPS ma che è indietro di venti minuti e che dobbiamo spegnere e riaccendere il transponder. Ci proviamo ma forse a causa delle dita congelate non riusciamo più a riaccenderlo. Molto male. Seconda telefonata, dopo qualche imprecazione cade la linea, credito esaurito. Ma come è possibile? Ho comprato una scheda locale apposta! (scopriremo in seguito che eravamo in Francia e che le comunicazioni tra i due paesi sono a tipo dieci euro al minuto). Dal controllo corsa non ci richiamano. Siamo al punto di partenza. Risaliamo il dirupo perché è impossibile tenere i muscoli contratti per stare fermi in così forte pendenza. Finalmente riesco a riaccendere il GPS, ma mi accorgo che ho dimenticato i guanti, guardo Robi con aria disperata. Nei momenti critici il nostro cervello ragiona molto più velocemente e mette a disposizione riserve di energie nascoste. So che non c’è altra soluzione che tornare giù a cercarli, non posso proseguire senza. Sperando di ritrovare, nella nebbia, il punto in cui mi sono fermato, mi butto sulla discesa e in poco tempo arrivo nello stesso posto in cui mi sono fermato, ritrovo le mie tracce e i buchi dei bastoncini piantati nel terreno, ma i guanti non ci sono. Urlo a squarcia gola nella nebbia quando mi accorgo che li avevo infilati nei pantaloni proprio per non perderli. Risalgo con la rabbia nelle gambe fino a Roberto che mezzo congelato sta ancora cercando di trovare il sentiero che non c’è. Mi tolgo le scarpe piene di sassi senza avere il coraggio di dirgli dov’erano i guanti. 5-600 calorie bruciate inutilmente. Proviamo a chiamare il controllo con l’interfono del transponder e, stranamente, ci ricevono ma continuano a insistere che siamo nella giusta direzione. Accendiamo le frontali e mentre esploriamo il muro bianco di nebbia che ci circonda, come per magia vediamo due luci che avanzano verso di noi. Gli corriamo in contro come se fossero degli angeli caduti dal cielo. Sono i due ragazzi tedeschi che, distruggendo in due secondi tutta la nostra autostima, ci fanno vedere che a cinquanta metri da noi c’è un meraviglioso sentiero che scende da quella maledetta montagna.

Scopriremo solo dopo che avevano già provato il percorso.

Venerdì 19 Luglio 2019 ore 02:30

La tensione cala e a un certo punto Robi chiede un time-out per il sonno. Ci sdraiamo sotto un albero. Siamo scesi di quota e ora la notte è tiepida e tranquilla, cerchiamo di dormire qualche minuto, Robi mette la sveglia come al suo solito. Fin da piccolo ho sempre avuto problemi ad addormentarmi, specialmente quando so che ho i minuti contati per farlo. Sapendo di averne solo quindici non ci provo neanche, guardo le fronde dell’albero, che ci fa da tetto, che si muovono sospinte dalla brezza estiva, è una buona notte lo stesso. Dietro di me sento Robi che si lamenta e dopo poco ne capisco il motivo, uno stormo di zanzare affamate ha deciso di rovinare il nostro momento di relax. Ripartiamo assonnati e amareggiati. In fondo è la seconda notte che non dormiamo e ce la caviamo ancora bene, finalmente stiamo entrando nello spirito di questo tipo di competizioni. Qualsiasi cosa succeda non va vista come un grosso problema ma come un piccolo contrattempo ininfluente sul risultato finale, l’importante è procedere e ridurre la distanza tra noi e l’arrivo.

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Finalmente la seconda notte sta per finire, l’orizzonte sopra le montagne è già più chiaro e ne disegna il profilo. Ci troviamo in una meravigliosa piana erbosa, il sentiero passa vicino a un minuscolo casolare, la porta è così piccola che per entrare dobbiamo piegarci sulle gambe e togliere gli zaini. Dentro qualcuno ha messo delle assi di legno su parte della terra che ne costituisce il pavimento, c’è odore di legna e fumo, probabilmente è il rifugio dei pastori della zona. Dopo quarantasei ore ci sembra la suite del Grand Hotel di Zermatt e un ottimo posto per la nostra prima dormita ufficiale, quella da trenta minuti. Ora sono stanco anch’io e dopo pochi istanti mi addormento, è un sonno profondo e sereno di quelli che ristorano veramente.

Mentre imprechiamo, piegandoci sulle gambe doloranti, per uscire dalla nostra casetta passano i nostri amici tedeschi che ci guardano con aria divertita. Il sole all’alba sulla pelle è meraviglioso e andiamo incontro a un nuovo giorno.

Venerdì 19 Luglio 2019 ore 8:00

Quando Graziana e Rossana (che purtroppo si sono ritirate dove volevamo farlo anche noi) ci raggiungono per correre insieme a noi gli ultimi chilometri prima della terza base vita, un breve senso di euforia si impossessa di noi, i loro sorrisi ci inducono a correre più forte di quanto dovremmo e, senza accorgercene, arriviamo alla base vita. Poco prima di entrare ci prendiamo un momento per rinfrescarci in un torrente. Non siamo neanche a metà strada e pochi minuti di refrigerio ai piedi nell’acqua fresca possono fare miracoli.

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La seconda base, situata nell’asilo del paese, è molto accogliente. Ritroviamo la coppia di ragazzi tedeschi con cui condividiamo da diverse ore alcuni tratti del percorso. Ci scambiamo un timido sorriso per condividere la durezza del percorso. Anche in questo caso le parole non servono, come se le continue difficoltà ci avessero tolto la parola. Siamo i soli concorrenti all’interno della piccola aula dell’asilo e questo ci aiuta a fare il punto della situazione. I nostri amici sono molto organizzati e seguono un piano ben preciso, noi viviamo tutto molto più alla #cazzomannaggia ma abbiamo un jolly dalla nostra parte. Alberto, il marito di Graziana che la segue in tutte le sue avventure, è il re dell’assistenza ai ristori. Ci è venuto a trovare con due borse piene di qualsiasi cosa un povero pellegrino, in giro da due giorni, possa desiderare. Dal momento che le ragazze non hanno proseguito, ci hanno messo a disposizione le loro provviste. Non siamo abituati a tanto e con reticenza accettiamo brodo caldo, una scatoletta di carne e ottimo caffè appena fatto. Roba da far risuscitare un morto. La carne in scatola si rivela un’ottima idea, leggermente calda la gelatina si scioglie in bocca e riusciamo a ingoiarla senza fatica. Infatti, uno dei problemi che ho avuto fin ora è che continuando a respirare con forza, a causa dell’altitudine, la bocca mi si è seccata e deglutire il cibo è molto difficile. La carne in scatola invece scende che è una meraviglia e ne chiediamo un paio di scatolette da portarci dietro prima di ripartire. E anche la colazione è andata. Quando il giorno e la notte si accavallano anche l’alimentazione segue percorsi diversi. Dopo due giorni e mezzo nella natura siamo tornati a seguire solo gli istinti più primitivi: si dorme quando non si può più stare svegli e si mangia quando si ha fame.

Venerdì 19 Luglio 2019 ore 21:00

Sono due ore che vediamo dall’altra parte della valle il rifugio, o meglio quello che siamo convinti sia il rifugio, dove dobbiamo andare, ma, invece di andarci direttamente risaliamo la montagna sul versante opposto allontanandoci dalla nostra meta. Siamo stanchi e non più lucidi, sono sessantaquattro ore che siamo in giro. Ci sembra di inseguire una lucciola nella notte, come in un incubo, che man mano che procediamo, progressivamente, si sposta nella direzione opposta. Finalmente, dopo altre due ore, il percorso ci porta ad attraversare il fondo valle per cominciare a risalire il versante opposto a quello da cui veniamo. La risalita è un vero incubo, tutta su piste da sci con erba alta. Procediamo lentissimamente e continuando a fermarci. Comincia a fare freddo e sappiamo che non possiamo fermarci a riposare. Arrivati alla prima stazione sciistica come sempre a quest’ora ci attende un forte vento contrario che accentua la sensazione di non arrivare mai alla base vita. E’ come essere in un tunnel del vento, facciamo uno sforzo enorme ma rimaniamo sempre fermi.

A un certo punto la nebbia ci sorprende e fatichiamo a capire come si possa raggiungere il rifugio, eppure è lì davanti a noi, in linea d’aria saranno cinquecento metri. Mi fermo per mettermi i pantaloni, cercando di non farmeli portare via dal vento, quando mi rialzo non trovo più Robi. Non so dove sia finito, urlo inutilmente, tanto nessuno mi sente. Non so cosa fare, non sapendo in che direzione sia andato. Siamo sempre stati vicini, in questo momento mi sento un po’ perso e solo. Lo cerco con il rischio di perdermi o vado verso il rifugio nella speranza che sia andato nella direzione giusta? Procedo verso il rifugio ma stando un po’ più alto rispetto alla traccia in modo da avere più probabilità di intercettarlo. Per fortuna dopo qualche minuto lo trovo che vaga sul pendio, provenendo dall’alto. Ci incontriamo sull’ultima rampa prima della stazione sciistica dove c’è la base vita. Entriamo e ritroviamo tutti i nostri amici, i due ragazzi tedeschi e Graziana, Rossana e Alberto che sono arrivati fin lì a piedi solo per vederci, siamo commossi e tutto ciò ci sembra eccessivo, neanche stessimo vincendo la gara. Mangiamo qualcosa e, probabilmente, scoraggiati dal tempaccio fuori dai vetri del rifugio, decidiamo di dormire quarantacinque minuti in attesa dell’alba.

Sabato 20 Luglio 2019 ore 5:00

In competizioni come questa, è strano come basti poco per ribaltare la situazione. Pochi minuti di sonno, un po’ di cibo, l’alba di un nuovo giorno sono stati sufficienti a farci ripartire, letteralmente, di corsa. Mancano meno di sessanta chilometri e sappiamo che se tutto va bene questa sarà l’ultima giornata sui sentieri di Andorra. La meta non è vicina ma è molto più vicina di quanto lo sia sempre stata in questi giorni e questo basta a dare un segnale forte al nostro cervello. E’ una gara dove è necessario gestire le proprie forze e i propri limiti. Non è facile dosare le proprie energie, è necessario ascoltare i segnali interni del nostro corpo e quelli esterni dati dalle difficoltà del percorso. In questo momento il bilancio energetico fatto dal nostro cervello sembra positivo. Siamo carichi e scherziamo allegramente su tutte le difficoltà che abbiamo superato. Anzi siamo talmente carichi che risaliamo un pendio con un ritmo che non abbiamo mai avuto negli ultimi due giorni. Ma che bello il panorama da qua su, ci diciamo. Un momento perfetto, noi, pieni di forze, su una montagna con il sole della mattina che ci bacia, cosa volere di più dalla vita? Purtroppo, il momento perfetto dura solo qualche attimo, giusto il tempo di renderci conto che siamo sulla montagna sbagliata, quella su cui dovevamo salire è quella che stiamo guardando di fronte a noi. Devo ammettere che è stato un duro colpo anche per due vecchi ultra-trailers come noi. Scoraggiati e increduli scendiamo e cerchiamo di risalire dall’altra parte, ma il momento di euforia è finito.

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L’arrivo si avvicina lentamente e non è per nulla scontato, basta un momento di distrazione per perdersi. La mancanza di sonno ci ha resi meno lucidi nel prendere le decisioni razionali, è come se fossi guidati prevalentemente dalle emozioni che affiorano più prepotenti a fior di pelle. Ci sembrava bello salire su quella montagna e ci siamo saliti senza verificare se fosse quella giusta. Paradossalmente, invece, siamo fisicamente più in forma di quanto non fossimo il primo giorno. Il nostro corpo si è adattato allo sforzo, all’altitudine e ha recuperato quella capacità che ha permesso ai nostri antenati di procurarsi il cibo con la caccia di persistenza. Anche noi inseguiamo la nostra preda con determinazione, anche se a volte ne perdiamo le tracce.

Sabato 20 Luglio 2019 ore 13:00

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Ancora una volta abbandoniamo quelle alture cui, oramai, ci siamo abituati per scendere nella valle. Ancora una volta lo facciamo nelle ore più calde. Lasciamo i 2.700 m per abbassarci fino ai 1.000 m del fondo valle, sappiamo che la lunga discesa sarà un massacro per le nostre gambe già doloranti, sappiamo che la risalita sarà lunga e laboriosa ma abbiamo un piano: trovare un supermercato e svaligiarlo di tutte le bibite gassate e zuccherose. Questo semplice stratagemma ci aiuta a non pensare al dolore e al caldo. Infondo basta poco per distrarre la nostra mente e scollegarla dal corpo. So bene che può sembrare un controsenso sognare una di quelle bibite che stanno danneggiando interi popoli con i loro zuccheri, ma dopo tree giorni di marcia ininterrotta, duecento chilometri e ventimila metri di salita, sentiamo di poterci concedere un momento di debolezza. Chiaramente lungo il tracciato di gara non c’è neanche un supermercato, così, siamo costretti a fare una deviazione per raggiungere una stazione di servizio con un minimarket. Quando entriamo dalla porta, ci si illumina anche il sedere, sembra di essere in paradiso, davanti a noi abbiamo un’intera parete di armadi frigorifero pieni delle peggio schifezze che l’intera industria dolciaria abbia mai prodotto. Ramazziamo cinque/sei lattine a testa e ci dirigiamo alla cassa. Il nostro aspetto non è dei migliori e con tutte quelle lattine in braccio sembriamo due tossici all’ultimo stadio. Per fortuna il gestore sa della gara e ci chiede se siamo concorrenti delle Ronda del Cims (la 170 km partita il giorno prima, venerdì), per giustificare il nostro acquisto gli spieghiamo che siamo dell’Euforia e che siamo partiti mercoledì. L’aria condizionata del locale potrebbe destabilizzarci così ci sediamo sui gradini della pompa di benzina per spartirci il nostro ricco bottino. Ci mettiamo un po’ a scegliere la sequenza migliore con cui tracannare i liquidi. Alla quarta lattina a testa decidiamo, saggiamente, di conservarne una per la salita. Dopo di che, con circa quattro atmosfere di anidride carbonica nello stomaco, Robi s’ingurgita una bottiglietta di caffè e latte che non gli avevo visto comprare. Sono queste le cose per cui lui ha tutta la mia stima. Galvanizzati dall’aver esaudito il nostro sogno più grande, attraversiamo la valle e cominciamo ad arrampicarci sul versante opposto. Dapprima su asfalto poi seguendo un sentiero che dovrebbe essere per gli abitanti del villaggio la via più breve per raggiungere la parte alta del paese. Hanno anche fatto dei lavori di contenimento per realizzare dei gradini solo che il terreno è composto di scaglie di pietra tipo ardesia che franano ad ogni passo. Siamo certi che nessuno cittadino del luogo abbia mai utilizzato quel passaggio, reso ancor più difficile dal caldo opprimente e dal sole sulla schiena. In breve finiamo le riserve d’acqua, teniamo duro e resistiamo alla tentazione di aprire la nostra (ultima) lattina. E’ un vero e proprio calvario, il caldo ha messo a nudo tutta la nostra stanchezza, avanziamo così lentamente che il sole ci sta cuocendo senza che noi possiamo farci nulla.

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Finalmente dopo un lasso di tempo interminabile riusciamo a raggiungere il Pic de Padern (che poi Paderno sarebbe anche vicino a Milano) e i suoi 1.857 m. Ci accasciamo sotto un albero esausti, stappiamo la nostra lattina e guardiamo dall’alto, con occhi quasi spenti, il paese e il suo cemento sotto di noi.

Ora però abbiamo un nuovo problema, abbiamo finito l’acqua. Fin ora trovarla non è mai stato un problema, il percorso è sempre stato ricco di torrenti, fontanili, laghi, dove riempire le borracce, mentre su questo versante sembra non esserci nulla. Ma in fondo la resilienza non è proprio la capacità di mantenere la motivazione senza farsi scoraggiare dalle difficoltà?

Con la gola asciutta, camminiamo per un bel pezzo cercando di non aumentarne la nostra necessità e non appena sentiamo delle macchine passare ci dirigiamo verso una strada. Per fortuna vediamo un camper parcheggiato. Ci avviciniamo e proviamo a chiedere se per caso ci posso offrire un po’ d’acqua. I proprietari sono intenti a parlare con dei ciclisti sul bordo della strada, senza darci troppa retta ci porgono una bottiglia di Cola-Cola con un liquido trasparente dentro. Riempiamo una borraccia a testa e beviamo a canna quella che rimane nella bottiglia mentre ci accorgiamo che dentro la bottiglia ci sono dei rimasugli di cibo. Non siamo stati male bevendo per tre giorni l’acqua della montagna non staremo di certo male per qualche sputacchio di cibo in una bottiglia.

Sabato 20 Luglio 2019 ore 19:00

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La botta di culo. Per una volta la fortuna aiuta gli audaci. Arriviamo al Col d’Ordino nel momento in cui stanno cominciando a smontare il ristoro che è servito per le altre gare, noi non ne avremmo diritto essendo la nostra una gara in autonomia, ma facendo finta di dargli una mano a mettere via ingurgitiamo e ingolliamo tutti gli avanzi. Con il sorriso di chi ha appena rubato la Nutella dalla dispensa senza farsi beccare, cominciamo a inerpicarci sul Casamanya, l’ultima montagna prima della discesa finale. Sono ottocento metri di dislivello positivo ma potrebbero essere anche ottomila che per noi fa lo stesso. Ci siamo già passati il primo giorno in senso inverso, quella che all’inizio c’era sembrata la prima difficoltà della gara ora, con la luce arancione del tramonto, dopo quasi quattro giorni ci sembra la montagna più bella del mondo.

Euforia - Ultra Trail - Andorra

E’ un momento di euforia che vale la pena di essere vissuto anche a discapito del cronometro che scorre inesorabile. Scattiamo alcune foto ricordo, quelle da far vedere un giorno ai nipoti e ci fermiamo a parlare con un gruppo di signore che avevano come obiettivo la vetta di quella montagna. Chiaramente mentiamo spudoratamente sulla nostra provenienza mentre ci congratuliamo con loro prima di iniziare la discesa.

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Arriviamo al traguardo correndo. Per me è ancora un mistero quante energie un corpo, ormai esausto, abbia ancora in riserva.

Abbiamo maledetto tutte le salite e tutte le discese, ma ci siamo stupiti di averle fatte e commossi su ogni vetta raggiunta.

E’ il momento di fare un bilancio: quello che era cominciato come un viaggio impossibile con pazienza e determinazione si è rivelato come un meraviglioso viaggio dentro noi stessi. All’inizio ci domandavamo se ce l’avremmo fatta e la percezione della fatica era enorme, con il passare dei giorni e dei chilometri, pur mantenendo la stessa media, abbiamo capito che con impegno ce l’avremmo fatta e le nostre sensazioni sono migliorate.

P.S.: evidentemente il mio aspetto non è così pessimo come mi sembra perché l’addetto al ristoro finale si rifiuta di darmi una birra finché non gli mostro il pettorale. Come sempre in queste gare la ricompensa è la soddisfazione di avercela fatta e solo chi ce l’ha fatta sa quante e quali difficoltà ha dovuto superare. Infatti, non riusciamo a mangiare nulla perché a Ordino alle 22:00 chiude tutto!

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