da Milano a Cortina di corsa: 570 km sulle mie gambe

da Milano a Cortina di corsa: 570 km sulle mie gambe

Storie Experience

da Milano a Cortina di corsa: 570 km sulle mie gambe

Abbiamo cominciato a pensare a questo progetto per la prima volta ormai quasi due anni fa: un progetto sportivo per onorare lo sport che collegasse le due principali città dei Giochi Olimpici Invernali 2026. Ma non avevamo capito niente.

Mi allettava l’idea di unire le due località di corsa con la sola forza delle mie gambe. Non una gara, neanche un tentativo di record in quanto le due città non hanno nessun legame di percorso, bensì un semplice viaggio a piedi nel nord Italia.

Ho cominciato ad informarmi sulla distribuzione delle località e mi sono reso conto che le aree in cui si svolgeranno le Olimpiadi invernali si estendono su un territorio immenso che abbraccia tre regioni, sei provincie e otto siti: Milano, Livigno, Bormio, Tesero, Predazzo, Anterselva, Cortina e Verona.

Per collegare tutti i punti in macchina ci vogliono 1086 km e 18 ore, non è ovviamente possibile fare il tragitto con il trasporto pubblico.

Qui sul Blog vi voglio raccontare la mia esperienza diretta, in chiave più personale, di quello che ho vissuto.

Questo è il progetto più grande e complesso che Wild Tee abbia mai fatto e fin da subito ho voluto coinvolgere Giorgia Archetti (Fotografa), Gulia Bertolazzi (Videomaker), Sofia Farina (Giornalista). Con Claudio Canetta, a Wild Tee ormai da un anno e mezzo, a coordinare tutto il progetto. Abbiamo chiesto loro di raccontare questo viaggio attraverso le loro sensazioni e dal loro punto di vista, mentre io ero impegnato a correre.

Lungo il percorso abbiamo intervistato 16 persone che vivono o che sono connesse con il territorio che abbiamo attraversato. Non è stato facile fissare tutti gli appuntamenti nelle diverse località e ho avuto solo una settimana, dal 22 al 28 settembre, per compiere tutto il tragitto. 

Come spesso accade quando tutto è sincronizzato alla perfezione il meteo ha deciso di non collaborare.

22 settembre 2025 MILANO-LIVIGNO 211,49 Km 2936 m D+ in 9h 4’ (Bici)

Alle 7, sotto una pioggia battente, davanti al Villaggio Olimpico di Milano si presenta Luca che mi aveva scritto la sera prima offrendosi di accompagnarmi per un pezzo del mio viaggio. Non so come ringraziarlo perché la situazione è drammatica, a Milano c’è lo sciopero generale e l’allerta meteo per possibili inondazioni. In mezzo al traffico isterico della città siamo gli unici due in bici e nessun automobilista considera che ci possano essere delle persone su due sottili ruote da 28 mm che tentano di superare le macchine in colonna. 

Dopo qualche derapata e frenata al limite della caduta, riusciamo a raggiungere Monza, mentre il Seveso esonda poco dopo il nostro passaggio. Luca è un gran ciclista e sa condurre la bici anche sulle viscide strade della Brianza. Procediamo cauti cercando di rimanere in piedi ad ogni rotonda, alternandoci in testa anche se con l’acqua sparata dalla ruota di chi sta davanti è impossibile stare in scia. Arriviamo a Lecco superando guadi che arrivano a metà delle ruote della bici, siamo bagnati fradici e ci fermiamo solo per bisogni fisiologici e per mangiare una barretta. 

Arriva il momento più temuto: i 4 km sulla superstrada Lecco-Colico. Sembra assurdo dover abbandonare la strada lungo lago e che l’unica via sia percorrere la SS36 fino ad Abbadia Lariana. È un tratto che mi spaventa con il sole, dove le macchine sfrecciano sulle due corsie di marcia a più di 100 Km all’ora senza capire che chi va in bici non la percorre perché ha sbagliato strada ma lo fa perché è l’unica strada possibile! 

Mi sento responsabile per Luca, gli urlo di stare dietro e mi metto davanti alla massima andatura che riesco a tenere per ridurre il divario di velocità tra noi e le macchine che suonando ci superano. È lunedì e oltre alle macchine ci sono anche i camion che quando ci sorpassano oltre allo spostamento d’aria ci sommergono letteralmente con un’onda d’acqua gelida. Non oso immaginare se uno di noi dovesse cadere in quella situazione. Con il cuore in gola ci rifugiamo nella galleria di Abbadia e riprendiamo la strada lungolago che ci porterà sani e salvi fino a Colico. 

Per tutto il tragitto ho chiesto a Luca se si fosse pentito di essere venuto con me e lui ridendo mi ha sempre risposto che si stava divertendo come un matto. A Colico l’aria è più fredda e decidiamo che per lui è ora di tornare indietro con il treno. Gli allungo una maglia termica e un flauto al latte del Mulino Bianco e saluto lui e la Crew Car che ci ha seguiti a distanza ravvicinata durante il tratto più pericoloso.  

Dopo Morbegno mi fermo con la Crew a mangiare una busta AKTA di cibo caldo. Era dalla Marathon des Sables che non ne mangiavo una e mi sembra di rinascere. Riparto sulla ciclabile che percorre quasi tutta la Valtellina ma dopo poco sono costretto a riprendere la strada provinciale perché la ciclabile è coperta di foglie scivolose e piena di rami caduti a causa del temporale. Arrivo a Tirano dopo più di 160 km e finalmente la pioggia concede una breve tregua, sono stanco ma felice di essere arrivato sano e salvo. Da lì è tutta salita, 2000 m di dislivello in 34 km fino alla Forcola di Livigno e in salita sono meno preoccupato di cadere. 

Questo tratto è duro, quasi brutale, e la mia mancanza di allenamento in bici si fa sentire tutta. Sono costretto a fermarmi diverse volte perché non ce la faccio quasi più. Ogni volta che mi fermo, bagnato come sono, mi raffreddo rapidamente nell’aria gelida che scende dalle montagne. Pedalo quasi sempre in prima e mi sembra che la salita non finisca mai. Infatti, dopo il lago di Poschiavo non c’è un solo metro in piano. Ha anche ripreso a piovere e una fitta nebbia si insinua tra gli alberi del bosco. Quando a causa dei lavori stradali che bloccano la circolazione a senso alternato sono costretto a mettere un piede a terra, nella ripartenza fatico a riagganciare la scarpetta al pedale. Sui tratti infangati a causa dei lavori la ruota posteriore slitta nel fango e fatico ad avanzare. 

Dopo la dogana Svizzera come un miraggio vedo Claudio con la nostra macchina che mi viene incontro dopo aver lasciato le ragazze a Livigno a fare le interviste. Mi ero già illuso in precedenza che fosse lui quando avevo incrociato una macchina simile, ma questa volta sono sicuro perché la nostra è wrappata con il logo di Wild Tee e quello di Mount to Coast che ci supporta in questo progetto. Claudio fa inversione e si ferma poco più avanti, lo raggiungo e mi fiondo nel bagagliaio a cercare una maglia asciutta, una giacca e dei guanti più pesanti perché a 2000 m sto gelando. Riparto perché so che non manca molto alla Forcola dove Claudio mi precede per la foto di rito e da dove parte l’unica discesa di tutta la giornata. 

Per fortuna la discesa non è bagnata e ha smesso di piovere, anzi sembra che a Livigno ci sia il sole. In mezzo alla nebbia mi sembrava fosse già sera e quasi buio mentre sono solo le 17 quando arrivo al negozio I’m Sport di Livigno che gentilmente ospiterà la mia sporchissima bici fino a quando non riuscirò a tornare a riprenderla (nel frattempo la laveranno e me la faranno trovare come nuova, grazie, grazie Filippo e Emma!).

Finisce così la prima tappa del mio viaggio. Ho deciso di fare questo tratto in bici in quanto a parte i lavori stradali non ci sono opere correlate allo svolgimento sportivo dei Giochi Olimpici, da domani si riparte a piedi sui sentieri e le piste da sci.

23 settembre 2025 LIVIGNO-PONTE DI LEGNO 67,39 Km 2851 m D+ in 10h 4’ (Corsa)

La mattina è fresca ma non piove, il team è già sul campo per la prima intervista quando davanti ai lavori sulla pista del Mottolino riparto da Livigno. Sono curioso di vedere come le mie gambe reagiranno dopo le nove ore in sella di ieri. La tappa di oggi è forse la più impegnativa e non ho tempo da perdere, risalgo la montagna costeggiando i lavori sulla pista dove sono in azione le macchine movimento terra per preparare lo “Snow Park”. Il sentiero che dovrei seguire è stato inghiottito dai cantieri e sono costretto a muovermi a vista lungo le recinzioni per non allungare il mio viaggio. L’area interessata dai lavori è immensa, tanto grande che dall’alto le ruspe sembrano giocattoli in un modellino fuori scala. 

Quando svalico verso Tre Palle, un raggio di sole mi raggiunge, potrebbe essere un bel momento, ci sono anche dei cavalli che mi si avvicinano, ma non mi sento immerso nella natura. Dietro i cavalli una ruspa sta lavorando e una serie infinita di camion attraversa la strada per dirigersi verso il bacino artificiale in costruzione a 2600 slm sulla cima del monte Sponda. Mi chiedo come porteranno e da dove prenderanno l’acqua per alimentare il bacino. Cerco di non pensarci e mi concentro sull’avanzare più velocemente possibile. La discesa verso il fondovalle ha una vista molto bella sulle montagne prive di impianti dall’altra parte. 

Le mie gambe sembrano reggere e nella salita verso il passo del Foscagno corro piuttosto bene. Dopo la sbiciclettata di ieri senza particolare allenamento, con la corsa mi sento più a mio agio e mi godo un gesto atletico che conosco meglio. Comincia a piovigginare e voglio evitare di prenderla tutta in cima al passo. Mi butto in discesa seguendo quello che su tutte le mappe è segnato come un sentiero ma che è stato ampliato per permettere ai camion di passare. In tre chilometri ne incontro almeno cinque, salgono lenti lungo la salita con il motore al massimo, non possono fermarsi altrimenti forse non ripartirebbero più, così sono io che mi devo appicciare al versante a monte per farli passare. Da quello che vedo passando stanno posando delle enormi tubature. 

La discesa procede velocemente e arrivo a Bormio all’orario prestabilito per l’incontro con il team. Abbiamo appuntamento davanti allo Stelvio Olympic Ski Center sotto l’omonima pista da discesa. La cittadina è deserta in questo periodo, i bar e i locali sono tutti chiusi e della nostra macchina neanche l’ombra. La pioggia si intensifica e spero che mi raggiungano velocemente per poter proseguire senza prendere troppo freddo. Sono in ritardo, le interviste con gli atleti che parteciperanno alle Olimpiadi e con l’amministratore delegato della società che gestisce i lavori sono andate per le lunghe. Mi rifugio nell’unica panetteria aperta e mangio una fetta di torta. 

A stare fermo ho freddo e ho bisogno di una giacca più pesante perché il meteo non promette nulla di buono per le prossime ore. Appena arrivano frugo nel bagagliaio della nostra macchina e riparto, purtroppo non c’è più tempo di andare a vedere i lavori per il nuovo bacino idrico per l’innevamento artificiale, ho appuntamento con Moreno, Agente Commerciale di Wild Tee per i Retailers Italiani e grande amico, che è venuto per fare un pezzo di strada con me. Raggiungo il punto concordato ma non trovo né Moreno né la macchina. Il povero sta risalendo a piedi con il suo borsone dal fondo valle dove lo ha lasciato l’autobus, non si è incrociato con la macchina che avrebbe dovuto dargli un passaggio e prendere la sua borsa. 

Per fortuna ha smesso di piovere, mi siedo su una roccia e mangio tutte le mie scorte alimentari. Mi comincio a spazientire perché i chilometri da percorrere sono ancora tanti, le telefonate non sono rincuoranti. Sono tentato di proseguire ma in tal caso Moreno sarebbe venuto fino lì per niente, non mi resta che aspettare. Quando quasi simultaneamente arrivano entrambi arraffo del cibo dal bagagliaio e riparto insieme a Moreno. La salita fino ai 2600 m del passo del Gavia è molto lunga ma selvaggia come piace a me, finalmente mi trovo immerso in un paesaggio senza nulla di costruito dall’uomo, la strada è dall’altra parte della valle e quasi non si vede. In salita spingo e quasi perdo di vista Moreno ma voglio arrivare al Lago Bianco per ringraziare personalmente Matteo Lanciani, venuto per farsi intervistare, che con il comitato “Salviamo il Lago Bianco” è riuscito a bloccare i lavori già iniziati per sfruttare questo gioiello naturale per l’innevamento artificiale. 

Quando arriviamo al lago, la luce arancione del tramonto lo illumina in tutta la sua bellezza. Mentre corro mi sale una gran tristezza al pensiero che qualcuno abbiamo potuto solo pensare di distruggere qualcosa di così perfetto. Ho gli occhi lucidi e sono provato dalla salita quando abbraccio Matteo, non riesco a trovare le parole per ringraziarlo per quanto sono riusciti a fare. Gli scavi sono stati ripristinati e non c’è quasi più traccia di quell’assurdo tentativo. 

Ho quasi due ore di ritardo sulla mia tabella di marcia e nella fretta di ripartire ci dimentichiamo di prendere le frontali. Faccio un rapido calcolo dei chilometri mancanti e penso di poter arrivare a Ponte di Legno prima che faccia troppo buio, sono solo 15 chilometri di discesa. Non voglio spaccarmi i quadricipiti il primo giorno ma comincia a fare buio e noi siamo ancora cercando di scendere dall’impervio sentiero che dal Gavia si getta nella valle di Ponte di Legno. Ho saltato anche il pranzo per i ritardi delle interviste e non ho più provviste, comincio a pensare a tutti i chilometri che dovrò fare nei prossimi giorni e mi innervosisco perché già il primo giorno non siamo riusciti a coordinarci come previsto. Moreno è un po’ in difficoltà, dopotutto si è fatto uno sbattimento incredibile solo per fare trentacinque chilometri con me. Telefono a Claudio che lo venga a prendere appena possibile, a malincuore lo abbandono e mi getto in discesa verso l’albergo. Corro forte con la luce del cellulare, voglio solo arrivare, mangiare e riposarmi.

Ci riuniamo tutti insieme a tavola e mi comunicano che difficilmente per motivi legali potremo usare le interviste agli atleti e dirigenti fatte a Livigno. Qui emerge tutta la difficoltà del nostro progetto: non si tratta solo di pedalare e di correre per 600 chilometri ma anche di raccogliere mentre ci muoviamo immagini, video e interviste per fornire un quadro della situazione il più ampio e corretto possibile. Far convivere tutte le anime ed opinioni sotto uno stesso tetto sembra rivelarsi una missione impossibile. Mentre preparo l’attrezzatura e posiziono la mia colazione in bagno per non svegliare gli altri il giorno successivo mi prende un po’ di sconforto.

24 settembre 2025 PONTE DI LEGNO-MASI DI VIGO 74,84 Km 1648 m D+ in 8h 50’ (Corsa)

Nel tracciare l’itinerario che passa per tutte le località dei Giochi Olimpici ho cercato il migliore compromesso tra chilometri da percorrere e dislivello da superare mantenendo i chilometri equivalenti sempre al di sotto di cento e andando a ridurli man mano che i giorni e la fatica aumenterà. 

La tappa di oggi prevede il numero maggiore di chilometri ma con il dislivello minore e molti tratti su strada asfaltata. Per fortuna oggi è una tappa di trasferimento senza interviste e senza lavori specifici per le Olimpiadi. Sto piuttosto bene e sto prendendo il ritmo. Di solito nelle gare a tappe, come la Marathon des Sables, il terzo giorno è sempre quello un po’ più critico, non si ha ancora superato la metà dello sforzo, bisogna ancora dosare le forze in vista delle tappe dei giorni successivi ma la fatica comincia a farsi sentire. 

Non mi posso lamentare, in fondo non devo fare altro che alzarmi, mangiare qualcosa e partire sui sentieri. So bene che questa non è una gara ma ci tengo (come sempre) a dare il massimo senza risparmiarmi. So bene che in un progetto del genere non interesserà a nessuno di quanto ci metterò ma mi sono dato degli obiettivi e lo faccio solo per vedere se sono in grado di raggiungerli.

La mattina è fresca e le montagne hanno una bella spruzzata di neve fresca sulle cime.

Salgo di buon passo verso il Tonale, oggi non voglio perdere tempo e ci tengo molto ad arrivare a fine tappa prima del buio. Sui sentieri non c’è nessuno, la stagione è finita e il meteo anche oggi non promette nulla di buono per chi si muove a piedi. Erano anni che non passavo dal Tonale, il mio sentiero passa proprio sotto gli impianti di risalita, ne conto quattro, uno dietro l’altro, in circa 200 cento metri. Senza neve il paesaggio è estremamente desolante. Mando la mia posizione alla macchina e aspetto al punto d’incontro, per fortuna una fitta nebbia riduce la visibilità a pochi metri così non sono costretto a vedere la deturpazione delle montagne. Sto prendendo freddo, facciamo una veloce ripresa del mio passaggio e riparto in direzione del fondo valle. La discesa è piacevole e corro spedito entrando in Trentino dove cominciano a comparire i cartelli che mi avvisano della presenza degli orsi. Non ho mai avuto nessun problema con gli animali selvatici, una volta anni fa, ho incontrato un orso sul sentiero, ci siamo guardati e poi ognuno è andato per la propria strada, fortunatamente. Sarà il meteo autunnale o le tante ore da solo in mezzo ai boschi ma questa volta sto allerta con le orecchie aperte ad ogni minimo rumore e sono felice di raggiungere i primi paesi del fondovalle.

Dopo una veloce sosta per mangiare qualcosa di caldo a Vermiglio, proseguo velocemente per sfruttare le ore in cui il meteo è favorevole, perché le previsioni sono pessime per il pomeriggio.

È molto strano quanto sia diversa la percezione delle cose quando ci si muove a piedi rispetto a quando lo si fa in macchina. Procedendo velocemente sulle strade non si ha mai l’esatta dimensione delle distanze, di come il territorio cambi e di quanto sia stato alterato dall’uomo, ma in fondo lo scopo del mio viaggio era anche quello di accorgersene con i propri occhi.

Sono diversi chilometri che corro in mezzo a coltivazioni di mele così fitte che non ne vedo la fine. Mi mancano ancora una ventina di chilometri quando la pioggia si intensifica. Ho sempre con me un Garmini inReach mini (gentilmente prestatomi da Michele Sarzana) in modo che tutti possano vedere la mia posizione e per permettere a chiunque di verificare che io stia veramente correndo da Milano a Cortina, non mi piacciono, infatti, le spedizioni in cui nessuno può verificare che gli atleti stiano veramente facendo quello che hanno dichiarato di fare. Lo strumento ha un piccolo delay ma ha funzionato benissimo fin ora. Non so per quale motivo, invece, dalle parti di Cles perdo la ricezione dei satelliti e la macchina fatica a raggiungermi, per puro caso ci troviamo e faccio un ultimo veloce rifornimento, dopo di che loro si dirigono direttamente al B&B dove dormiremo. 

Ricomincia a piovere, ho sbagliato a non prendere una giacca e sono in maglietta e pantaloncini. Per non raffreddarmi sono costretto a correre ad un buon ritmo ma i meleti sembrano non finire mai e mi sembra di essere fermo nello stesso posto da ore. Alcuni braccianti intabarrati da ponci e giacche stanno cominciando la raccolta dopo che un trattore ha disseminati enormi casse all’inizio di ogni filare.

Sono bagnato fradicio quando vedo una persona che mi corre in contro sbracciandosi con giacca e pantaloni impermeabili. È Luca che mi sta cercando da ore per fare qualche chilometro di corsa insieme a me. Gli avevo consigliato di riposarsi dopo aver concluso un paio di settimane prima il TOR des Geans e mi ero dimenticato di lui che, invece, caparbio ha tenuto fede alla promessa di accompagnarmi per gli ultimi chilometro verso Masi di Vigo, il paese dove abita. Sono talmente bagnato e infreddolito che non ho neanche la forza di parlare con lui che mi scorta fino al cancello del B&B, ma ho apprezzato moltissimo il suo gesto e mi dispiace che Giulia non sia lì per riprendere questo momento di condivisione.

Mi fiondo nella doccia calda e mi metto tutti gli abito che ho per togliermi il freddo di dosso.

Anche il secondo paio di Mount To Coast (H1) è bagnato, passerò la sera ad asciugarle con il phon per i capelli nella speranza che domani piova di meno.

25 settembre 2025 MASI DI VIGO-PREDAZZO 64,24 Km 2348 m D+ in 8h 11’ (Corsa)

Le scarpe si sono asciugate e la giornata si preannuncia interessante, mentre i ragazzi fanno colazione parto alle prime luci del sole. Ci tengo che si riposino e che facciano le cose con calma perché oggi ritorniamo sui siti dei Giochi e ci sono diverse interviste pianificate. Ci siamo dati appuntamento al Lago Santo dopo una ventina di chilometri. Sono curioso di capire come il mio percorso mi porterà dall’altra parte dell’Adige e soprattutto come attraverserò l’A22 del Brennero. Dai meleti passo ai vigneti, infatti, ogni metro quadro di terreno è sfruttato per la produzione del vino. Le vigne sono dappertutto ma per fortuna in Trentino la mobilità sostenibile è oramai consolidata e mi trovo a percorrere una fitta rete di piste ciclabili che passa proprio in mezzo alle vigne e mi porta a passare senza problemi sotto l’autostrada e su un ponte sopra l’Adige. Tutto è più semplice del previsto, poi comincia una dura salita dall’altra parte del fiume, dapprima sempre in mezzo alle vigne e poi in un meraviglioso bosco di faggi pieno di porcini fino al lago. 

Oramai, al quarto giorno, siamo perfettamente coordinati. Mi stupisco di come fin ora non abbia avuto nessun problema fisico, mi muovo ancora bene sia in salita sia in discesa, la mia velocità relativa è sempre costante e riesco a dare ai ragazzi con buona precisione l’orario di arrivo ai punti d’incontro in base ai chilometri al dislivello. Arriviamo, infatti, contemporaneamente al lago quando un raggio di sole penetra il fitto bosco e ci regala un momento molto piacevole. Complice il meteo, finalmente, favorevole, una certa ilarità pervade il gruppo anche se, ormai, mi è chiaro che si sono formate due squadre: il team Crew Car (quattro giovani in macchina) e il team Solo (un anziano che corre). Mentre io passo le mie ore da solo sui sentieri, loro mi perculano con “meme” che si sono inventati mentre mi superano in macchina e io li minaccio dicendogli che la prossima volta lo facciamo a staffetta!

Sto così bene che riparto velocemente senza perdere tempo. Breve sosta per mangiare una busta di AKTA a Grumes e poi mi aspetta tutta la valle di Fiemme. Dopo quattro giorni, il mio metabolismo, complice anche un ritmo relativamente lento, si è adattato allo sforzo continuato e è diventato maggiormente lipidico. Il maggiore consumo del mio grasso corporeo mi permette di ridurre gli introiti calorici. Sento molto meno l’esigenza di glucidi (carboidrati veloci sotto forma di gel, barrette) rispetto ai primi due giorni e apprezzo maggiormente il cibo vero. Una busta di AKTA con le sue 500 Kcal mi riempie lo stomaco e mi basta per almeno due ore di sforzo. Alla fine del viaggio riporterò a casa, come quasi sempre, i gel e le barrette e avrò finito le buste di cibo liofilizzato, il parmigiano, la bresaola, la carne e la frutta secca.

Nella mia testa di abitante della pianura padana avevo un’idea piuttosto idilliaca della valle di Fiemme. La immaginavo come un posto pieno di prati e malghe di montagna, invece mi trovo, percorrendo i sentieri e le ciclabili del fondo valle, un territorio molto antropizzato dove le costruzioni e i capannoni si susseguono senza sosta da un paese all’altro. Il team “Crew Car” è andato avanti per intervistare a Tesero Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia e autore dei libri “Ombre sulla neve” e “Oro colato”. Luigi è una delle persone che prima di tutti ha approfondito l’impatto dei Giochi Olimpici in Italia e i suoi liberi forniscono un quadro piuttosto completo su tutti i loro aspetti.

I chilometri lungo la valle sembrano non passare più, controllo più volte la mia velocità sul GPS, è costante ma mi sembra di non arrivare mai. I lunghi rettilinei sulla ciclabile in leggera salita mi stanno mettendo in crisi e non vedo l’ora di arrivare a Tesero per una pausa. Quando arrivo la scena che vedo è abbastanza surreale. Davanti allo stadio per lo sci di fondo in costruzione con mille gru ed escavatori in un recinto elettrificato vedo Giulia e Sofia che stanno intervistando Luigi in mezzo ad una mandria di mucche che incuriosite li hanno accerchiati completamente. Saluto e ringrazio Luigi ma non mi posso fermare che Giorgia e Giulia vogliono fare alcune foto e riprese di me che corro sulla pista di fondo che essendo appena stata fatta in mezzo ai campi è uno scivolo di fango. Io sono in maglietta e pantaloncini e mi rendo conto che siamo solo a 880 metri di altitudine. Fatico ad immaginare come a questa altezza si possa, ancora, pensare di sciare.

Gli ultimi chilometri e questa considerazione mi mettono a dura prova e voglio solo arrivare a Predazzo per farmi una doccia. Sento che non sto appoggiando bene e che la parte bassa del tibiale sinistro si è indurita molto.

26 settembre 2025 PREDAZZO-SAN MARTINO IN BADIA 66,09 Km 2087 m D+ in 9h 30’ (Corsa)

Al quinto giorno la mia rutine si è consolidata, veloce colazione in bagno per non svegliare i ragazzi, partenza alle prime luci dell’alba, corsa di buon passo fino al primo incontro con la strada asfaltata della macchina, circa una ventina di chilometri. Pranzo caldo dopo altri 15 chilometri, ultimo ristoro ad una quindicina di chilometri dall’arrivo di tappa, doccia, chiacchere di giornata a tavola tutti insieme, preparazione dell’attrezzatura per il giorno successivo, check dei danni fisici qualche ora di sonno e riparto. 

Questo scheduling serrato non mi pesa per niente, anzi, con il passare dei giorni, come programmato per questo stile di vita, faccio tutto con maggiore serenità senza ansia. In un lungo viaggio è importante rimanere concentrati sull’obiettivo finale che è quello di arrivare a Cortina entro domenica 28. La tappa di ieri ha messo a dura prova le mie ginocchia cerco di non pensarci e di andare avanti come previsto ma qualcosa comincia a “scricchiolare”.

Passo davanti ai trampolini per il salto con gli sci di Predazzo e comincio la lunga ascesa che mi porterà dopo 35 chilometri al Passo Sella. 

In salita spingo ancora bene, meglio di quanto mi aspettassi anche se oramai ho imparato che nelle gare lunghe come la PTL (2018 e 2023) o l’Euforia è sempre la fatica della salita che spaventa ma è la discesa che crea i maggiori problemi.

In un tratto di strada particolarmente ripido incontro una ragazza che con enorme fatica spinge un deambulatore fermandosi ogni due passi bloccando i freni connessi al manubrio delle sue ruote per evitare il rischio di scivolare indietro e di tornare a valle. Si riposa un attimo e riparte per altri due passi. Io sono dietro di lei e, inizialmente, non riesco a capire. Le sue gambe sembrano ragionare separatamente dal resto del corpo. Mi sembra incredibile che si stia sottomettendo a uno sforzo sovraumano su una salita così ardua. Le passo accanto, non so cosa fare, le chiedo se vuole una mano, se posso in qualche modo aiutarla, e mi risponde con un candido sorriso, anche se distorto dallo sforzo, “no, grazie, devo resistere”. A quelle parole mi ammutolisco, sto per commuovermi e l’unica cosa che riesco a fare è di farle segno di non mollare, facendo il muscolo del bicipite. Mi allontano velocemente per non farle vedere che sto male, pensando che io quella salita ho la fortuna di riuscire a correrla.

Poco dopo un bel cartello indica che sto entrando nel Parco Naturale di Fanes-Senes-Braies e poco dopo incontro un signore con un bel fucile in braccio. Come spesso in questo viaggio i miei sentimenti passano rapidamente all’avversione all’essere umano. 

Durante la salita al Sella comincia a piovere e in prossimità del passo la pioggia si trasforma in neve, resa pungente dal vento che soffia nella direzione opposta alla mia. Quando la situazione si complica, sono costretto a concentrami intensamente su come togliermi velocemente dalle difficoltà e per fortuna non ho il tempo né la forza di pensare alle mie ginocchia. La discesa è piuttosto tecnica e ho ancora un altro passo prima del Passo Gardena. 

Le montagne intorno a me sono già innevate e sono stupende, non ero mai stato da queste parti. Purtroppo non bastano a distrarmi dal dolore che comincia a togliermi lucidità. Mi aspettano più di 1500 m di dislivello negativo e ad ogni passo una forte fitta parte dalle ginocchia arriva al cervello cominciando ad instillare grossi dubbi sulle possibilità di correre per altri 120 chilometri. Vado avanti, ho ancora davanti agli occhi la ragazza di oggi pomeriggio, non penso al mio dolore ma rivolgo tutti i miei pensieri al suo, ben più grave.

Stacco nel mio cervello tutti gli interruttori che mandano segnali d’allarme e come in trance affronto la lunga discesa.

Prima di Badia trovo Claudio che mi dice che stanno facendo una sosta a casa del papà di Giorgia. Mi ero completamente dimenticato di questa piccola sosta. La famiglia di Giorgia ci accoglie calorosamente rimpinzandoci di ogni ben di dio. Purtroppo, io sono esausto, preoccupato e non riesco ad essere particolarmente socievole. La ripartenza è piuttosto difficile, fermandomi, le ginocchia si sono raffreddate e rimetterle in moto non è facile. Nel frattempo, sono entrato in Alto Adige, tengo duro fino a San Martino dove ci aspetta una bellissima sistemazione in una malga in mezzo ai prati.

Questa è stata la tappa dove la mia media rapportata ai chilometri e al dislivello è stata la più bassa. Fino ad ora ho percorso più di 272 Km e quasi 9000 m di dislivello positivo, il dolore che provo ha raggiunto 8 su una scala di 10 e mi mancano ancora due tappe, per fortuna le più corte del viaggio.

27 settembre 2025 SAN MARTINO IN BADIA-ANTERSELVA 41,74 Km 2530 m D+ in 7h 6’ (Corsa)

Durante la notte decido di fare un cambiamento al programma, ristudio la tappa di oggi pianificando un percorso con più dislivello che passa maggiormente per le montagne, riducendo i chilometri nei fondi valle. Se devo soffrire voglio farlo almeno in un posto bello.

Riprogrammo tutti i punti d’incontro con il Team Macchina e li mando via whatsapp al gruppo e parto.

La scelta si rivela azzeccata, il paesaggio è molto più interessante e i primi chilometri si susseguono molto bene. Essendo più lento in discesa, mi concentro nel correre il più possibile in salita che affronto molto meglio di quanto pensassi.

In questa zona gli impianti di risalita sono presenti ma meno invasivi e la sensazione che ho è che lo sci non sia l’unica risorsa, i pascoli sono ancora attivi, anzi, sembra che il tempo si sia fermato ad un’epoca in cui il rapporto tra uomo e natura è molto più equilibrato che in altre zone che ho attraversato.

Nella lunga discesa fino al fiume Rienza, il mio dolore raggiunge il 9 su 10. Sono quasi al limite, in questa situazione è come se staccassi il cervello e mettessi il pilota automatico verso il mio traguardo e vado avanti qualsiasi cosa succeda.

Per fortuna tutta la valle di Anterselva è in salita e posso ricominciare a correre. Finalmente il meteo è molto piacevole e posso correre leggero godendomi qualche raggio di sole. I ragazzi sono già allo stadio del Biathlon per intervistare Beatrice Citterio che col suo dottorato di ricerca indaga l’impatto dei Giochi Olimpici, ci accompagnerà fino a Cortina. Il suo lavoro “Giochi Preziosi” è stato il nostro spunto rivelatore per questo progetto e vi invito a recuperarlo.

Con un tempismo perfetto ma piuttosto provato raggiungo il ristorante di fronte allo stadio dove i ragazzi stanno facendo merenda. Mi inserisco di prepotenza nelle ordinazioni con un Kaiserschmarren, uno strudel con la crema e un the. Come al solito vengo escluso (assolutamente non vero, N.d.E.) dai discorsi del gruppo che oramai, verso la fine del progetto, stanno allegramente degenerando.

Il cibo è prezioso ma, quando è ora di rimettersi in moto per andare a vedere i lavori dell’ennesimo bacino artificiale le mie gambe accusano il raffreddamento, sono piuttosto irrigidite come il giorno dopo una gara tirata e cammino a fatica.

Non sappiamo esattamente dove siano i lavori di scavo, così decidiamo di far volare il drone per identificare la zona. Giulia è un pilota esperto (con brevetto) e l’ho già vista far volare un drone in cima ad una montagna con quaranta nodi vento come se niente fosse. In pochi secondi trova il bacino, effettua una ripresa ma nel momento di riportare il drone al punto di partenza questo viene “calamitato” e ne perde il controllo. È una situazione assurda, a pochi metri da noi, il drone sparisce dalla nostra vista e parte come guidato da qualcun altro lateralmente rispetto alla traiettoria lungo la quale Giulia lo stava pilotando. Lo sentiamo ma non lo vediamo più. In un breve momento di minimo controllo Giulia che vede quello che il drone vede dal monitor di controllo quando è sopra un bosco decide di farlo precipitare per evitare che posso finire contro qualcuno o qualcosa. Io e lei corriamo a cercarlo nel bosco e, fortunatamente, lo troviamo intatto, il muschio del bosco ha attutito l’impatto con il suolo e non si è scontrato neanche con uno dei fitti abeti del bosco. 

Rientrato il panico, partiamo dal magnifico lago alpino di Anterselva, seguendo un sentiero ci immergiamo nel fitto bosco e ad un tratto un’immensa voragine si apre davanti a noi, gli alberi sono spariti e una decina di ruspe e macchine movimento terra è parcheggiata intorno al cratere. Il fatto che di sabato nessuno lavori rende l’effetto ancora più devastante. Il silenzio si impossessa del gruppo, nessuno di noi riesce a proferire neanche una parola. In processione come ad un funerale seguiamo le reti di recinzione fino al punto più alto. Da lì vediamo il lago naturale e quello artificiale di forma quasi identica a pochi metri l’uno dall’altro. Uno è perfettamente inserito nel contesto naturale e l’altro stride come un pugno nello stomaco. Non bisogna essere ambientalisti estremi per capire che c’è qualcosa che non va. Facciamo qualche ripresa e qualche foto contro voglia e decidiamo di allontanarci da quel posto come si fa di fronte a qualcosa di straziante. Mentre scendiamo, notiamo una macchina che sale,  temiamo che sia la sicurezza che viene a verificare cosa stiamo facendo. Invece, è una signora che lentamente scende dalla macchina incurante di noi e di fronte ai lavori si dispera. Sarebbe una scena perfetta per il documentario ma non ce la sentiamo di riprenderla.

28 settembre 2025 ANTERSELVA-CORTINA 42,80 Km 1660 m D+ in 6h 44’ (Corsa)

Nella progettazione del giro avevo tenuto la giornata leggera per l’ultima tappa in modo da arrivare a Cortina dopo pranzo, fare le ultime interviste e ripartire per Milano senza doversi fermare a dormire visti i costi proibitivi del pernottamento nella rinomata località.

Affronto l’ultimo giorno con sentimenti contrastanti.

Sono felice di avercela fatta, cosa non scontata, ma allo stesso tempo, mi dispiace dovermi fermare, tutto sommato correre è quello che mi piace più fare.

Scendendo dalla valle di Anterselva, quando sono ancora a più di 1100 di altitudine noto che stanno impiantando una vigna. Ho letto che con il cambiamento climatico i vigneti si stanno spostando sempre più in alto e questo mi sembra una buona idea per mantenere vive le comunità montane e contrastare lo spopolamento delle terre alte.

Riattraverso il fiume Rienza e seguo il fondo valle per alcuni chilometri. È interessante notare come in Alto Adige lo sport e le attività all’aperto siano sempre prese in considerazione dall’amministrazione locale. A Monguelfo fotografo un cartello che illustra le potenzialità del paese in termini di vicinanza degli impianti sportivi, parco giochi a 150 m, piscina a 500 m, stazione di ricarica delle e-bike a 200 m, treno a 400 m.

Nonostante questo impegno lungo la statale non c’è un percorso pedonale ma non mi sento solo, molti prima di me sono passati di lì a piedi e con il loro passaggio hanno tracciato un perfetto sentiero sul prato a lato della strada.

Lungo il percorso il mio incedere è continuamente interrotto da lavori di ripristino soprattutto in corrispondenza delle frane che scendono sempre più frequenti dalle Dolomiti.

A questo punto, la mia velocità è dettata dal cercare di minimizzare dolore alle ginocchia che si sta accumulando giorno dopo giorno, passo dopo passo, arrivando quasi al “limite” di 10 su 10. Cerco di tenere a mente che, in effetti, non so quale sia il limite di dolore sopportabile. Durante la PTL del 2023, infatti, alla fine sono riuscito a sopportare il dolore ad un dito del piede che pensavo non fosse sopportabile, riporto così, almeno mentalmente, il livello a 9 su 10, non è ancora la fine. Sono costretto, così, a correre più lentamente di quanto potrei nei tratti in piano, quasi a comminare in discesa e, invece, mi stupisco di come corro ancora bene in salita.

Finalmente comincia la valle di Braies che con una bella salita che posso correre e mi porterà fino ai 2000 m del magnifico altopiano di Prato Piazza. Preso dall’esaltazione della diminuzione del dolore mi dimentico e supero il punto dove avevamo concordato il primo rifornimento, la giornata è fresca e non ho bisogno di nulla, avviso i ragazzi di godersi il tempo libero e che ci saremmo visti direttamente per pranzo a Cimebanche.

La giornata non è delle più limpide ma quando le nuvole si diradano la vista delle Dolomiti è spettacolare, c’è poco da fare sono veramente tra le montagne più belle del mondo. Il paesaggio è molto bello ma non ho mai la sensazione di essere in un luogo selvaggio, c’è sempre una strada asfaltata nelle vicinanze per evitare ai turisti la fatica di raggiungere quei luoghi. Fermi in attesa del pullman mi guardano come un extraterrestre superare la sbarra che impedisce alle loro macchine di passare. Se solo sapessero quanto è bello e gli farebbe bene il sentiero nel bosco che costeggia la strada. 

Recupero un po’ d’acqua da un torrente e mi viene in mente la prima Lavaredo Ultra Trail in cui non erano neanche previsti i ristori e ci dovevamo arrangiare prendendo l’acqua dai torrenti. Pensando all’evoluzione che ha avuto la più importante gara di Trail italiana, non so se questi sono solo i pensieri di un vecchio trailer nostalgico o se sia cambiato in peggio il modo di andare in montagna. Cerco di non pensarci, non ho una risposta definitiva.

Scendendo dal passo Prato Piazza sul sentiero trovo due ragazzi che con un fucile di precisione puntano dall’altra parte della valle molto lontana. Non capisco cosa stiano facendo ma mi sembra impossibile che possano in alcun modo recuperare la loro preda.

A Cimabanche, proprio dove a fine giugno è posizionato uno dei principali ristori dell’attuale LUT, trovo i ragazzi che alla chiamata di “cala la pasta”, scherzosamente, mi offrono una busta di AKTA bella calda. Mi stupisce sempre come sia bello sedersi un attimo e mangiare qualcosa di caldo. 

Ripartendo sulla ciclabile (sterrata) che mi porterà fino a Cortina, il dolore mi toglie un po’ di lucidità, la mia testa è come in una bolla, collegata ma non connessa al mio corpo, un po’ come in una gara molto lunga quando, in apparenza, non si vede nulla se non il traguardo. Ho ricordi poco chiari di quel tratto, alcune gallerie, un ponte e il villaggio olimpico con le sue 377 casette prefabbricate sul ghiaioso letto del fiume Boite e i pali con gli allarmi in caso di frana proprio sopra il villaggio.

Forse sono troppe ore che vago da solo nei boschi e quando arrivo a Fiames di fianco al villaggio dove stanno registrando la penultima intervista di giornata con Fabio Tullio di Legambiente, del suo audio capto solo le parole: piana alluvionale e frane.  Riesco solo a ringraziarlo per quello che fa, a stringergli la mano e riparto per l’ultimo pezzo del mio percorso.

L’arrivo a Cortina è in un bello spiazzo verde all’ombra della parabolica dello “Sliding Centre”. Ad aspettarmi c’è tutta la Crew al completo che mi applaude e sorride, sono contento di rivederli. Con loro c’è Silverio Lacedelli, abitante indigeno, come si definisce lui, e attivista. La testimonianza di Silverio è una delle più toccanti ed emozionanti del viaggio, raccolta davvero a pochi metri dai muri in cemento armato della pista. Ci mostra le carte dei progetti e altro materiale che ha raccolto negli anni di lotta a questo cantiere. Non so come ringraziarlo, davvero. Purtroppo dobbiamo ripartire subito per Milano, per non sprecare le ultime ore di luce nel lungo viaggio di 4 ore e mezza che ci attende.

In macchina, con le ginocchia distrutte e mal piegate dal sedile ripenso a tutto quello che ho visto in questi 570 Km su e giù per le montagne e so che ci vorrà molto tempo per metabolizzarlo.

Ho visto paesaggi meravigliosi ma anche gli ostinati tentativi dell’uomo di cercare di modificarli per adattarli alle sue esigenze.

Di fronte a certe opere ci siamo ritrovati senza parole e con mille domande senza risposta che ci frullavano in testa.

Ha ancora senso investire così tanti soldi pubblici in un modello di business non più compatibile con il Pianeta? Non stiamo andando oltre, ben al di là della crisi climatica e del fatto che difficilmente nevicherà più? Non era il momento di fare qualcosa buono per lo sport e per le comunità montane?

Questo progetto mi ha molto coinvolto emotivamente oltre che “fisicamente” perché anch’io mi sento parte del problema in quanto abitante di una città che si reca in montagna per le proprie attività. Con la mia corsa vorrei rivendicare il fatto che questo modello di business, pensato anche per me, io non lo voglio perché è incompatibile con quello che amo e che cerco nella natura.

Mi è impossibile togliermi dalla testa l’idea che si stia cercando di fare assomigliare la montagna alla città, trasformando l’ambiente naturale per renderlo più accessibile, più facile da gestire ed attivare solo nei momenti previsti dal calendario invece che da quelli delle condizioni atmosferiche. La neve deve esserci esattamente quando serve non quando cade dal cielo, le piste devono essere sempre più grandi per accogliere il maggior numero di sciatori in un fine settimana o in una settimana bianca, la pista da bob deve essere in cemento armato refrigerato e non modellata nel ghiaccio, lo snow park fatto di terra e rivestito di neve artificiale, gli impianti di risalita sempre più capienti, veloci e capillari.

Il senso di tristezza che mi ha messo questo viaggio non so se mi abbandonerà più, mi sta passando anche la voglia di lottare. Sembra che tutto sia al contrario, le vere priorità (lotta al cambiamento climatico, sostenibilità ambientale, riduzione dei costi, preservazione dell’ambiente, benefici per le comunità) non sono state minimamente prese in considerazione in nome di un modello di business che ha già dimostrato di non essere più sostenibile.

Mi auguro che nevichi il più possibile e che la neve con il suo candido colore renda meno evidente l’ampiezza degli interventi che solo chi vive la montagna vede non filtrata dal piccolo schermo da cui verranno trasmessi i Giochi Olimpici.

Dati Strava sono:

Bici: 212 km 2936 m D+ in 9h4’

Corsa: 357 km 13.124 m D+ in 50h25’

Totale: 569 km 16.060 m D+ 59h29’

Questo è un progetto finanziato e prodotto da Wild Tee insieme alla co-sponsorizzazione di Mount to Coast e Globathlon, il food technical supplier è AKTA.

Qui potete vedere il documentario su YouTube con la regia di Giulia Bertolazzi e le interviste di Sofia Farina.

Qui la fanzine fotografica con le foto di Giorgia Archetti.

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