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Sakura Michi

06/07/2019 22:07

L’idea di correre la Sakura Michi è rimasta nella mia testa per così tanto tempo che non ricordo neanche più dove avevo letto della gara. L’immagine che mi ero fatto era molto poetica, mi vedevo correre leggero come una gazzella su un morbido tappeto di petali di ciliegio per 250 chilometri.

Cervello: “sei il solito sognatore, tu corri come un ippopotamo”

Infatti, la storia dietro questa gara è molto affascinante. L’autista Sato Ryoji fu costretto a fermare il suo autobus per lavori stradali lungo il suo abituale percorso da Nagoya-Kanazawa. Vide che stavano spostando un ciliegio di oltre 400 anni a causa della costruzione di una nuova diga artificiale. Ogni giorno andò a controllare che le radici del vecchio ciliegio avessero attecchito nella sua nuova collocazione e rimase così colpito dalla forza dell’albero che cominciò a piantarne lungo la strada che percorreva tutti i giorni. Purtroppo, Sato morì a soli 47 anni lasciando la sua opera a metà. Da 26 anni si rende onore alla sua iniziativa percorrendo di corsa i 250 chilometri che separano Nagoya da Kanazawa durante la fioritura dei ciliegi da lui piantati.

“sognare di correre per 250 chilometri non è come farlo”

Ma a me piace sognare e sono curioso di vedere se sono ancora in grado di farcela.

Chiamo un amico che lavora alla Yamaha e gli chiedo se può chiedere a un suo collega in Giappone di chiamare l’unico numero di telefono che c’è sul sito totalmente in Giapponese della gara. Riesco a mettermi in contatto con Mr. Hogo e, grazie alla partecipazione alla Spartathlon, vengo ammesso nel ristretto numero di partecipanti stranieri.

“ora viene il bello, non riuscirai mai ad allenarti per una gara del genere, anche se ne conservi un buon ricordo, sono passati 3 anni dalla Spartathlon e sei una vecchia carretta ormai”

Io ci provo, corro più che posso in tutti i momenti liberi. Non è facile prepararsi mentalmente per correre 250 chilometri. L’obiettivo è sempre spropositato rispetto a tutto quello che faccio. Senza dare troppo fastidio alla famiglia, faccio un test alla 12 ore del Castello di Brescia, l’esperienza mi aiuta in una giornata molto calda. Parto prudente, prendo le distanze con il percorso di un chilometro e ottocento metri, spingo forte nelle ore più fresche prendendo un po’ di margine, rallento nelle ore più calde cercando di bere regolarmente e provo ad accelerare nelle ultime ore per vedere quanto ne ho ancora. Sto bene e finisco godendomi un ultimo giro da solo.

“bene, hai fatto 118 chilometri, sei distrutto e non saresti neanche a metà strada”

Con Wild Tee andiamo ogni anno alla magnifica gara delle Cinque Terre. Lo Sciacche Trail mi piace molto, il percorso è meraviglioso e impegnativo, l’organizzazione di altissimo livello e ci sono sempre molti stranieri. Ho corso poco sui trails e ho un po’ paura di non essere all’altezza, parto prudente, davanti mollano e mi trovo a combattere per il podio.

“bravo hai fatto una bella garetta, ora saresti al cinquantesimo, come ti senti? Pensa che ne mancheranno più di 200”

L’organizzazione del viaggio è complessa, riesco a partire solo il giorno prima della gara con mio figlio Claudio, il resto della famiglia ci raggiungerà a gara finita. Claudio, invece, seguirà il percorso su un pulmino dell’organizzazione ma non è ancora chiaro se e quando potremo vederci.

“è la prima volta che siete soli, tu e lui a una gara, cerca di mantenere un minimo di dignità, non fargli vedere come ci si riduce dopo 30 ore, mi raccomando. Chissà, cosa penserà quel povero ragazzo?”

Oramai ci siamo, non mi resta che preparare le drop bags per alcune aid stations in cui e possibile lasciare qualche oggetto di conforto, l’assistenza durante la gara è vietata.

“bene, almeno, siamo tutti sulla stessa barca”

La cerimonia (totalmente in giapponese) è estremamente formale, da una parte ci sono gli organizzatori della gara con la loro giacca rosa e dalla parte opposta i politici con la loro giacca nera, ognuno fa un breve discorso del quale non capisco nulla, ma il rituale mi tranquillizza, tutto è al suo posto in Giappone e così mi immagino sia anche per la gara.

Sakura Michi

La notte prima, complice il fuso orario, mi addormento solo un’ora prima del suono della sveglia che suona alle quattro.

Guardo fuori dalla finestra e c’è un’alba magnifica sul castello di Nagoya, finalmente l’attesa è finita, ora non mi resta che correre e vedere se arrivo dall’altra parte del Giappone.

In fondo, quello che mi piace è proprio questo: la sfida, provare a fare qualcosa che sembra, quanto meno, difficile se non impossibile.

Dopo un veloce e pacato rituale, come sempre solo in giapponese, partiamo in gruppi a distanza di 3 minuti. Sono nel penultimo gruppo, nell’ultimo i più forti.

“stai tranquillo, sono capaci tutti di andare forte i primi 50 chilometri, in pochi a farlo negli ultimi 50”

I primi chilometri sono sempre strani, sensazione accentuata dal fatto che abbiamo l’obbligo tassativo di fermarci ai semafori. Il serpente dei 120 partecipanti si compatta e poi si spezza a ognuno dei mille semafori. Non c’è niente da fare, anche se vorrei continuare a correre, prima che il caldo aumenti, mi fermo e aspetto. Chi più, chi meno, abbozziamo qualche movimento di stretching per ingannare l’attesa mentre cerchiamo di capire tra di noi chi arriverà prima.

Sakura Michi

Decido di fare un po’ di strada con una signora giapponese, mi piace come corre con passi corti e veloci. Capisco che non è lì per fare una passeggiata e potrebbe essere un buon riferimento per me, infatti, quando la forte ungherese (che ha vinto la Spartathlon) ci sorpassa, aumenta il ritmo dei passi per incollarsi a lei. Finita l’agonia dei semafori l’ungherese accelera vistosamente andatura e la lasciamo andare. Inutile prendere rischi in questa fase.

“ma cosa pensi di fare, queste sono qui per vincerla la gara, non trascinarsi come te, lascia perdere”

Sakura Michi

Preso da quella strana forma di bulimia che assale i corridori, mi fermo a tutti i ristori. Sono estremamente ben forniti di frutta e onigiri, gli alimenti migliori per il mio povero stomaco.

“certo che devi mangiare, non fare come al solito, se va bene ne avremo per una trentina di ore e 20.000 Kilocalorie”

Il sole scotta sulla pelle, mi bagno il più possibile per mantenere accettabile la temperatura corporea e non sprecare energie per raffreddarmi.

Cerco di contare i ciliegi per distrarmi e trovare il passo, ma perdo velocemente il conto.

“ma che ne sai del passo da tenere su questa distanza?!? Io sono già stanco”

Sono più costanti ma interrotti dall’avanzare dell’urbanizzazione del territorio che non ne fa leggere il disegno. Si, insomma, non è il lungo viale alberato che mi ero immaginato.

“benvenuto sulla terra, la realtà non è mai come te la immagini”

I chilometri passano, avanzo nel cuore della Nazione e mi rendo conto di quanto il Giappone sia sempre più in bilico tra Tradizione e Modernità. Nei paesi che attraverso vedo spesso dei vecchiettini in abiti tradizionali e zoccoli di legno chini a strappare le infestanti dalle piccole risaie davanti a casa loro. Loro il riso non lo comparano, se lo coltivano nell’orto. Girato l’angolo, invece, ci sono i concessionari di automobili alimentate a idrogeno (che da noi arriveranno, forse, tra 20 anni). Mentre, nelle città alienate da ritmi di lavoro asfissianti tutto tende verso la modernità, nel Giappone più rurale il richiamo della natura e le tradizioni sono ancora molto vive.

Sakura Michi

Sopra il letto di un fiume due aquile giocano a “ce l’hai” rincorrendosi, toccandosi e scappando. Invidio la loro capacità di planare senza sforzo.

I chilometri percorsi aumentano, 50, 100, la mia velocità di crociera è ancora buona, ma comincio ad essere un po’ stanco, fatico a distinguere le ore del giorno anche a causa del fuso orario.

Arrivo al cancello orario (il più stretto secondo i miei calcoli) del cento decimo con un buon margine. Ora, comincia la salita che mi porterà nel punto più alto a metà gara.

“è ora di fermarsi, lascia stare sta gara, prima che sia troppo tardi”

Il sole tramonta presto a oriente e tra non molto sarà buio, recupero la frontale, accendo tutte le luci attaccate al pettorale come da regolamento e mi metto una maglia a maniche lunghe.

“hai fatto la prima vaccata, fa ancora caldo e stai sudando come un bisonte”

Forse ho perso un po’ di lucidità. Mi tolgo la maglia a maniche lunghe correndo per un po’ a torso nudo cercando di non farmi vedere da nessuno, non sia mai che, da qualche parte nel regolamento scritto in giapponese, ci sia scritto che è vietato. Appena scorgo qualcuno della gara me la rimetto e appena sono solo la tolgo, una fatica, probabilmente, inutile.

“non sei neanche a metà gara e hai già perso la ragione, lascia stare”

Per fortuna salendo la montagna, la temperatura scende e posso tenere la mia maglia indosso.

Verso sera il traffico diminuisce e rimaniamo solo noi sulla strada che diventa magicamente silenziosa. Con la luce del tramonto i petali dei ciliegi color rosa chiaro risplendono come se fosse quello il loro momento e non quando scompaiono quasi bruciati dai raggi del sole.

I ristori sono situati all’interno di officine, falegnamerie e luoghi di lavoro, luoghi molto caldi e accoglienti, dove si sono riuniti in molti per assistere al passaggio dei corridori. Sul tavolo, i prodotti confezionati lasciano il posto a quelli cucinati al momento. A un certo punto sono sicuro di vedere delle capesante sulla griglia. Il livello di gentilezza dei volontari mi mette sempre in imbarazzo, non ho mai bisogno di quello che mi offrono e mi dispiace rifiutare le loro continue offerte.

Sakura Michi

Difficile riuscire a resistere a quello che per un’ultramaratoneta rappresenta il canto delle Sirene per Ulisse.

“ti hanno appena offerto una brandina e sei scappato senza neanche salutare, hai offeso almeno cinque giapponesi”

Tutti i concorrenti sembrano molto preparati e non danno a vedere nessun segno di cedimento.

Arrivo sulla vetta della montagna e recupero uno zaino con abbigliamento caldo per la notte e la frontale più potente.

Apparentemente il grosso della gara è passato senza problemi, al disopra della mia testa tra gli alberi c’è la luna piena, mi sento molto bene. Raramente metto le cuffie quando corro, ma voglio godermi questo istante. Comincia una leggera discesa, la musica amplifica le mie emozioni e mi sembra di volare, è un momento perfetto, quello che vale il prezzo del biglietto. In piena estasi, supero un paio di concorrenti.

“bravo! Fai il brillante, vediamo alla fine della discesa”

Non m’importa niente delle conseguenze, anche se non dovessi più riuscire a correre, ora sono vivo e corro a tutta, la fatica non esiste.

Dopo qualche chilometro comincia un lungo tratto in saliscendi con lunghissime gallerie che attraversando le montagne in mezzo al Giappone.

Non so che ore siano e l’alternanza del buio della notte e della luce artificiale delle gallerie mi manda in crisi. Sono un po’ confuso.

“grazie al fuso orario sono due notti che non dormi, il giorno e la notte sono quasi invertiti, devi dormire!”

Come spesso succede quando l’equilibrio si rompe cominciano i problemi. Nelle gallerie ci sono 20 gradi, fuori ce ne sono 3 o 4 e io non ho la lucidità e la forza di svestirmi quando entro e di vestirmi quando esco. O meglio, cerco di farlo ma sbaglio i tempi, mi vesto in galleria e mi svesto mentre sto uscendo.

“non ce la fai più, arrenditi all’evidenza”

Mi arrendo all’evidenza, ho preso freddo e mi viene mal di stomaco, una, due soste, alla terza mi convinco che devo trovare una soluzione. La paura di non farcela mi ridesta, decido di fermarmi per rimettere insieme i pezzi. Mi cambio e mi vesto per bene, cosa che avrei dovuto fare qualche ora prima, non riesco a mangiare, mi sdraio su quella brandina che finora ero riuscito ad evitare.

“bravo, ho dovuto farti venire il mal di stomaco per farti fermare, non puoi consumare tutte queste energie”

Metto la sveglia e, comunque, chiedo di essere chiamato dopo 15 minuti. Ci metto un attimo ma mi addormento, so che dopo andrà meglio.

Alzarsi, lasciare un caldo giaciglio e riprendere nel cuore della notte non è, affatto, semplice.

Piano, piano le gambe si scaldano e riprendono a girare. Lo stomaco non è ancora a posto ma riesco a tenere un ritmo dignitoso. Non riuscendo a mangiare nulla, evito di fermarmi ai ristori in modo da non perdere altro tempo. Non incontro altri concorrenti da molto tempo, nei paesi dormono tutti, neanche una luce accesa dietro una finestra. Sono solo, ma finché mi muovo la solitudine non mi pesa, attraverso i villaggi come se fossi fermo e loro a scorrere su uno schermo.

“cominci ad avere visioni mistiche, sei semplicemente solo in un posto che non conosci e dove nessuno ti troverà mai se sbagli strada”

Devo tenere duro fino all’alba, so bene che il ritorno della luce solare porta con se una riserva di energia.

Incontro Claudio che molto sportivamente vedendo la mia faccia mi dice che sono nei tempi previsti. Io lo contraddico dicendo che avevo sbagliato i calcoli e che sono in ritardo.

“fai bene a non crederci, hai sbagliato tutti i calcoli e non arriverai mai dall’altra parte, probabilmente hai una faccia allucinante, cerca almeno di essere gentile quando lo incontri”

Quando i conti non tornano, tutto sembra più difficile di quello che, in effetti, è e c’è un'unica cosa da fare, suddividere il problema in sotto problemi più piccoli, come arrivare al ristoro successivo e poi a quello dopo ancora. Dopo un lasso di tempo che mi sembra infinito comincio a non distinguere più il cono di luce della mia frontale sul manto stradale. Sta per sorgere il sole. Faccio una breve sosta in cui testo il mio stomaco con un po’ di brodo e affronto l’ultima salita importante. Per fortuna è molto ripida da non poter essere affrontata di corsa. Mi rendo conto, stupito, di aver sempre corso dalla partenza. Comincio a camminare, il livello di sforzo diminuisce e una strana spossatezza si impossessa del mio corpo.

“se rallenti ti addormenti”

Fatico a tenere gli occhi aperti, anzi, anche se sono aperti ho la vista appannata.

“ti stai addormentando, sdraiati un attimo”

So che se mi sdraio non mi rialzo più e me ne pentirò. Barcollando arrivo in cima alla salita, qualche spettatore mi incita festosamente nonostante la mia faccia non indichi nulla di gioioso.

In un impeto di rabbia, ricomincio a correre, sperando di lasciarmi alle spalle la crisi.

Entro in un tunnel e ricordo di sentito qualcosa al riguardo. Spero che con i suoi 6 chilometri sia l’ultimo prima della discesa verso il mare. Quando si percorre una galleria seduti comodamente in macchina non ci si rende conto di quanto claustrofobica e rumorosa possa essere. L’ipod è scarico da tempo. Ogni moto, macchina o camion che mi sorpassa provoca un rumore assordante sul cemento che costituisce il manto stradale. L’eco del rumore rimane nel tunnel e nelle mie orecchie per diversi minuti. Mi concentro nell’evitare i paletti di ferro con i catarifrangenti che delimitano il piccolo marciapiede su cui corro. Ogni 50 metri devo fare un passo verso sinistra per passare tra loro e il muro. Impreco e urlo di rabbia per questo calvario che dura più di mezz’ora.

“di cosa ti lamenti? Hai voluto fare una gara su strada, eccoti accontentato”

Faccio un rapido check della situazione. Mancano meno di 50 chilometri, il più è fatto.

“50 chilometri sono un’eternità e tutto può ancora accadere”

Mi capita spesso di arrivare a un punto in cui tutti i dubbi su un possibile esito negativo si dissolvono e corro senza pensare alle conseguenze. Anche questa volta ci sono arrivato dopo alcuni momenti difficili. E’ come se le crisi servissero a risparmiare delle energie per il gran finale.

“Genio, sono io che faccio i calcoli e devo tenere un certo margine di sicurezza rallentandoti per non lasciarci le penne”

In quel momento lì, la mia mente e il mio corpo finalmente la pensano allo stesso modo e il traguardo non mi è mai sembrato così vicino.

Sakura Michi

Comincio, finalmente, a recuperare altri concorrenti, leggo sui loro volti una profonda stanchezza. Mentre li supero, ci scambiamo un veloce gesto d’intesa e un sorriso appena abbozzato. Anche loro sanno che in qualche modo arriveranno al traguardo.

“effettivamente stai, tutto sommato, bene, ce la puoi fare”

In piena trance agonistica, all’ultimo ristoro prendo la mia ultima drop bag, quella delle grandi occasioni. Abbandono l’attrezzatura per la notte e mi metto i miei amati pantaloncini Wild Tee, una maglietta Hawaiana, perché stiamo pur sempre andando al mare, un paio di velocissime Hoka Tracer, le nuove calze sono perfette e non le cambio neanche. Prendo la borraccia a mano e ricomincio a correre come se non ci fosse un domani. Corro anche in salita, mi sembra di volare.

“adesso non esagerare, stai correndo bene ma non stai volando”

Sakura Michi Filippo Canetta

Calcolo che se mi sbrigo riesco ancora a stare sotto le 30 ore, un tempo che nella mia testa rappresentava lo sparti acque tra fare bene e fare male.

Incontro Claudio e senza fermarmi gli comunico che ci vediamo all’arrivo, sembra sollevato.

“chissà che cosa pensa di te?”

Riuscire a correre bene gli ultimi chilometri di una gara di 250 è qualcosa di meraviglioso. Sarà questo il ricordo che si cementerà nella mia testa e non i momenti di crisi. Senza mai smettere di correre arrivo all’ultimo viale che porta al castello di Kanazawa e lo trovo pieno di ciliegi in fiore.

“devo riconoscere che, nonostante le premesse, anche questa volta, ce l’hai fatta”

Sakura Michi

Sakura Michi Filippo Canetta Strava

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