Com'è cambiata la mia vita

10/05/2017 02:25

Sono le nove di sera, sono appena uscito dall’ufficio, ho ai piedi delle All-Stars sfondate e indosso una maglietta di cotone così pesante che mi sembra di piombo. Continuo a guardare lo schermo del tapis-roulant del tipo davanti a me e mi sembra impossibile che qualcuno riesca a correre dieci chilometri in meno di un ora. Mi sembra stia volando senza fare alcuna fatica. Non appena sul mio contachilometri compare il quarto chilometro, schiaccio con rabbia il pulsante rosso che provoca l’arresto immediato dell’apparecchio. La mia maglietta non ha più un centimetro quadrato asciutto, le gambe mi bruciano, a ogni inspirazione, sento puzza di ammoniaca nel naso e il battito cardiaco non accenna a diminuire, continuo a sudare anche dopo la doccia.

Sono anni che dormo male, mi sento sempre stanco, il fine settimana è solo una breve pausa per ricaricare delle batterie ormai esauste. I problemi gastrointestinali mi colpiscono nei momenti meno opportuni, i malanni di stagione mi abbattono periodicamente e ogni sforzo fisico mi sembra talmente sovraumano da non valere la pena di essere compiuto.
Nonostante tutto, qualche giorno dopo ho spento l’ultima sigaretta e con un paio di scarpe nuove ho cominciato a correre in un parco cittadino.
Così, ho cominciato qualche anno fa, in seguito ad una grossa arrabbiatura.
Dopo qualche mese provo a correre la mia prima mezza maratona, che concludo vomitando sulla linea del traguardo.


Poi un’amica mi parla del trail running e di una gara il sabato successivo. Con un abbigliamento inadatto comincio a inerpicarmi sulla salita più lunga della mia vita. Ricordo ancora adesso il tempo impiegato per raggiungere la cima di quel monte come lo sforzo più intenso mai praticato. Ma una volta arrivato in cima, non scorderò mai la soddisfazione di poter ammirare quel paesaggio incontaminato reso ancora più bello dall’assenza di insediamenti umani.  Così come non scorderò mai la crisi che mi ha, letteralmente, paralizzato sull’ultima salita a cinque chilometri dall’arrivo. Erano anni che non piangevo così tanto come quando ho tagliato la linea del traguardo qualche ora dopo. La ricompensa dopo la fatica aveva provocato in me un turbinio di emozioni contrastanti.
Ma quella gara mi ha segnato anche in un altro senso. Il percorso che avevo faticosamente portato a termine era la versione corta della gara principale, lunga il doppio. Quando sono giunti al traguardo gli eroi della gara lunga correndo con il sorriso sulle labbra, mi sono commosso al cospetto della loro grande impresa. In quel momento mi sembrava impossibile che qualcuno riuscisse a fare qualcosa del genere, ma inconsciamente la scintilla della sfida si era accesa nella mia testa.

Avevo bisogno di qualche punto di riferimento per poter cominciare adeguatamente.
Comincio a studiare tipologie di gare, tempi e distanze. Compro tutti i libri che trovo sulla corsa, leggo, studio e cerco di imparare il più possibile. Comincio ad allenarmi per arrivare più preparato alla prossima sfida.
Con il passare del tempo ho sentito quella sensazione magnifica, quasi magica. Era il mio corpo che stava cambiando e che si adattava allo sforzo e alla fatica. Quella sensazione che provo ogni volta che riesco a fare qualcosa che prima mi sembrava impossibile e irraggiungibile.
Il corpo umano è un organismo fantastico e, a differenza delle strutture meccaniche che sono concepite per sopportare determinati carichi, è in grado di sopportare sollecitazioni incredibili se raggiunte progressivamente e con adeguati tempi di recupero.
Nel frattempo dimagrisco, la mia frequenza cardiaca a riposo si dimezza, dormo meglio, modifico la mia alimentazione e i problemi digestivi scompaiono. Non mi ammalo quasi più e soprattutto ho eliminato completamente ogni forma di medicinale di origine chimica, in base al principio che un corpo sano sa reagire autonomamente alle aggressioni esterne.
Compatibilmente con lavoro e famiglia comincio a organizzare meglio i miei allenamenti e piano piano scopro uno dei valori fondamentali dello sport, forse quello più democratico e meno attuale. Più mi impegno e fatico, più ottengo dei risultati.
La corsa in natura, in particolare, ripaga in contanti degli sforzi fatti. In ogni escursione c’è sempre un istante in cui il tempo si ferma e mi ritrovo, come per magia, in perfetta sintonia con l’ambiente circostante.
La corsa in natura diventa, per me, l’esperienza stessa della scoperta di un luogo basando il proprio movimento solo sulle proprie sensazioni. Adattarsi all’ambiente naturale per esplorarlo e scoprirne le meraviglie. Correre solo spinti dalle proprio pulsioni interiori, nessun altro all’esterno se non, eventualmente, un lontano satellite invisibile nello spazio che registra i nostri movimenti e i nostri battiti cardiaci.
Per me Trail vuol dire molto, anzi, forse il Trail mi ha, persino, cambiato la vita e mi ha reso una persona migliore. Da quando ho iniziato a correre, ho, subito, scoperto la magia del farlo fuori dai sentieri battuti.
Trail, per me, è imboccare un sentiero senza neanche sapere dove va e poi un altro ancora e correre fino a che non ce la fai più e poi fermarti ansimante e alzare lo sguardo e ritrovarsi, estasiato, immerso nella natura.
Trail è vedere il mondo da una prospettiva diversa. Quella di chi le proprie mete le raggiunge con le proprie forze.
Trail è resistere alla fatica della salita e assaporare l’ebbrezza della discesa.
Trail è il sudore salato dell’estate, il profumo delle foglie e del fango in autunno, il silenzio della neve in inverno e la brezza primaverile sulla pelle.
Trail sono le persone che incontri e con le quali basta un sorriso per intendersi.
Trail è il contatto con la natura, in tutte le sue forme anche più selvagge.
Trail è libertà di correre su qualsiasi terreno, in qualsiasi momento e con qualsiasi condizione meteorologica.
Trail è un’avventura all’interno di noi stessi.
Quello che il primo giorno sopra i 30° bevi più di un litro l’ora, ma già il secondo giorno il tuo corpo si adatta e gliene basta mezzo.
Quello che il sole ti secca la pelle e il sudore ti brucia gli occhi.
Quello che sei così contento di correre, che non ti curi dei rovi che ti graffiano e te ne accorgi solo quando entri in paese e tutti ti guardano il sangue sulle gambe.
Quello che ti accorgi che stai salendo su una ferrata, solo quando ti tremano le gambe per le vertigini.
Quello che anche da solo nella natura per ore non ti senti solo.
Quello che quando sbagli i calcoli e hai finito l’acqua, rubi due mele acerbe per succhiarne il dolce succo.
Quello che è troppo bello quello che vedi che vorresti poterlo condividere e allora ti fermi per fare almeno delle foto, anche se non rendono minimamente le tue emozioni.
Quello che esci e cerchi il sentiero per arrivare là in cima al monte.
Quello che sorridi quando sei riuscito a tornare con le tue forze al punto di partenza disegnando un magnifico percorso su una cartina.
Spesso nelle escursioni più lunghe e solitarie, arriva un momento in cui la paura mi assale. Paura di non farcela, forse, sono, troppo lontano, troppo stanco, senza acqua, senza vestiti adeguati, la neve è troppo alta, comincia  a fare buio o il tempo sta peggiorando. E’ proprio in quell’istante che mi sento in perfetta unione con la natura che mi circonda. Sono solo, ma potrei rimanere lì per giorni, settimane, per sempre.
Ma, poi, torno e sono soddisfatto di avercela fatta anche questa volta.
Le gare sono un mezzo per tirare fuori il massimo, ma le sensazioni più belle sono quelle che provo quando la gara è finita e bisogna ritornare sulla terra.
Non è, sempre, così semplice. I sentimenti sono, spesso, contrastanti.
Il corpo, spossato e stressato dal lungo sforzo, ha bisogno di riposo e ristoro per rigenerarsi.
Vorrei tornare subito a correre per ritrovare quelle sensazioni di leggerezza e velocità che solo la corsa sa darmi. Ma so, anche, che devo far riposare muscoli e tendini, far tornare i battiti cardiaci su valori normali e dormire con regolarità. Così per due o tre giorni non corro.
Poi le immagini non viste, ma memorizzate nella mia testa durante la corsa, cominciano ad apparire ed è lì che mi prende uno strano senso di vuoto. La natura fa sentire il suo ancestrale richiamo e vorrei tornare di corsa in un bosco.
Mi sento leggero e soddisfatto per aver portato a termine la mia impresa, ma anche molto distante dalle cose della vita quotidiana. La realtà sembra diversa dal solito. A volte mi sembra, quasi, di essere un extraterrestre. E’ difficile spiegare al resto del mondo quello che si prova. Da una parte sembra tutto più semplice e i problemi sembrano essere di minore entità se rapportati alle difficoltà della gara. D’altra parte mancano la libertà, l’aria e l’adrenalina della corsa.
Poi, piano, piano, tutto ritorna alla normalità e si ricomincia a correre…
La corsa non é un fine ma il mezzo per entrare, con la fatica, in comunione con l'ambiente, un viaggio fisico, mentale e spirituale nel quale bisogna essere pronti a sapersi sorprendere di fronte alla magnificenza del paesaggio che si scopre lungo il cammino.
Ci ho messo quarant’anni a capire cosa mi piace veramente fare, ma alla fine l’ho capito. Meglio tardi che mai.

            Filippo Canetta

(scritto per la prefazione del “Manuale del Trail Running” di Fulvio Massa)

 

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