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Courmayeur-Campex-Chamonix Ultra Trail - 100 Km 6.000 m D+

19/05/2017 17:53

di Filippo Canetta

“La pioggia continuava. Era una pioggia perenne, una pioggia dura e fumante, una pioggia ch’era sudore; un prorompere, un irrompere, un precipitare d’acque, una sferza sugli occhi, una trazione subdola alle caviglie sommerse; una pioggia da inondare ogni altra pioggia, insieme col ricordo di tutte le altre piogge. Pioveva a tonnellate una pioggia tambureggiante, che decapitava la giungla, tagliava gli alberi come una enorme cesoia, tosava i prati e scavava gallerie nella terra e dissolveva i cespugli. Rattrappiva le mani degli uomini in mani grinzose di scimmie; pioveva una pioggia vitrea, una pioggia che non aveva mai fine.”

Qualche giorno dopo la gara mi è tornato in mente di questo racconto di fantascienza di Ray Bradbury del 1959 in cui un gruppo di soldati deve cercare di raggiungere un luogo asciutto dopo un atterraggio di fortuna sul pianeta Venere.

Ho letto questo racconto 22 anni fa.

Bastano le prime frasi per descrive molto bene quello che è successo venerdì 27 Agosto.

Cinque minuti prima del via comincia a piovere su Courmayeur e, a parte uno squarcio tra le nuvole sul gran Col Ferret che ci ha permesso di ammirare il ghiacciaio del Monte Bianco in tutta la sua potente bellezza, non ha più smesso.

La parte italiana della gara è sicuramente quella più spettacolare, mentre quella svizzera e francese non sono altrettanto belle.

CCC

Si parte subito molto veloce, troppo veloce per me, decido, allora, di rallentare e un’infinità di concorrenti mi supera.

Cerco di fare la mia gara, non curandomi di ciò che mi succede intorno e soprattutto dell’acqua che cade dal cielo.

Sulle sommità dei colli, sospinta dal vento la pioggia è quasi orizzontale e fredda, mentre nelle valli si trasforma in micro-gocce di calda umidità fino a diventare fitta nebbia.

Il terreno dopo il passaggio dei concorrenti che mi precedono e molto scivoloso e nei tratti più ripidi ogni quattro passi in avanti ne faccio uno in dietro. Prima o poi, mi dovrò decidere ad usare i bastoncini e non solo al ristorante cinese.

Dopo qualche ora faccio un primo bilancio e mi accorgo che, a causa del freddo, mi sono alimentato molto poco. Fatico in salita, ma, avendo tutto ciò di cui ho bisogno sulle spalle, non mi fermo ai ristori, dove invece vedo che quasi tutti si trattengono a lungo. Questa strategia mi permette, nonostante la mia andatura in salita sia lenta, di recuperare progressivamente alcune posizioni.

Non amo usare il cellulare mentre corro perché mi distoglie da quella solitaria atmosfera che si crea dopo molte ore di gara, ma chiamo la mia compagna per sapere se lei sta bene, poiché è all’ultima settimana di gravidanza, o se nostra figlia dovrà nascere in territorio francese.

Per fortuna, stanno tutte e due benissimo.

La pioggia continua sempre più forte e tutto si trasforma. In salita si cammina controcorrente, in piano si corre in un lago con l’acqua alle caviglie e in discesa si scivola nel fango.

A Bovine finalmente decido di provare la mitologica soup con i vermicelli dell’UTMB. E’ calda e salata e a questo punto vale, quasi da sola, i soldi dell’iscrizione.

Comincia a diventare buio e arrivo al ristoro di Trient  deciso a non fermarmi.. La pioggia è torrenziale, cerco di non farci caso ed esco lo stesso dalla tenda, ma è troppo forte. Faccio meno di  50 metri e torno indietro. Mentre cerco di togliermi a fatica la maglietta bagnata per cambiarla, ho la più grande delusione di tutta la corsa, quando entra un altro concorrente vedo che è ricevuto da tre persone con in mano nell’ordine: un asciugamano “asciutto”, cibo “caldo”, e maglie “profumate” di bucato.

Nei cinque minuti che mi ci vogliono per togliermi i vestiti incollati  alla pelle dall’umidità, mi accorgo che quasi tutti hanno qualcuno ad attenderli con un asciugamano candido.

Non ne ho mai desiderato uno così tanto!

Un po’ sconsolato, proseguo ma le difficoltà di alimentazione cominciano a farsi sentire.

Ad un certo punto sento il telefono suonare, ma non riesco ad aprire lo zaino con i guanti bagnati e lo lascio suonare.

L’ultima salita alla Tête aux Vents  è in una  nebbia così fitta che la frontale non serve a niente e mi sembra non finire più.

Mi rendo conto, che poco prima, mi suonava il telefono e mi assale l’atroce dubbio che potesse essere Irene che mi comunicava che stava andando all’ospedale. Come ho fatto a non pensarci subito? Prendo il telefono e mi accorgo che non funziona, forse anche lui, come me, ne avuto abbastanza di tutta quest’acqua.

Inaspettatamente riprendo a correre e più velocemente possibile raggiungo Chamonix. Quando arrivo all’inizio del paese vedo molti corridori che mi fanno il tifo. Possibile che siano già arrivati in così tanti? Poi incontro l’amico Beppe, che immaginavo a correre l’UTMB già da alcune ore, che mi dice che la gara è stata annullata a causa del maltempo e, subito dopo lo striscione, vedo Irene con il suo pancione enorme.

Qualche ora dopo anche la CCC verrà bloccata a Trient e a Vallorcine.

Non mi è piaciuto l’atteggiamento della maggior parte dei top-runner che avrebbero potuto onorare, sportivamente, la gara del giorno dopo, come hanno fatto, invece, dando un ottimo esempio, i cinque trailers francesi che hanno tagliato il traguardo insieme arrivando quinti a pari merito.

A ripensarci, a distanza di qualche giorno tutta quella pioggia e fango un po’ mi mancano.

Da oggi, correre sotto l’acqua non sarà più un problema.

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