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Western States Endurance Run 2015

20/08/2017 16:52

Maldestramente schiaccio il pulsante che illumina la sveglia. Sono le due, ho dormito poche ore e continuo a rigirarmi nel letto.

E’ passata una settimana dalla gara e ancora non riesco a capire come abbia fatto a perdere il mio pettorale. Non m’interessano le medaglie, le coppe e i riconoscimenti, quelli non li voglio. Ma i pettorali, invece, li conservo tutti. Impolverati, sporchi di fango, accartocciati, rappresentano la storia della gara e la fatica per esserne arrivato alla fine.  A volte penso che se andasse a fuoco la casa, salverei i miei pettorali. Mi viene da piangere. Il numero 130 della quarantunesima Western States non entrerà mai nella mia scatola dei pettorali.

Nel buio della notte, le immagini non viste, ma memorizzate nella mia testa durante la corsa, cominciano ad apparire. Ho fatto di tutto per non pensarci, non ero molto contento di com’era andata e la stanchezza mi ha aiutato a non ricordare. Poi riappaiono e non puoi farci niente. Come sempre, sono immagini sparse e confuse. Alcune sono meravigliose altre drammatiche e, come spesso accade in un lungo viaggio, le une si alternano alle altre. 


La prima è la più toccante e non centra niente con la gara.

Durante l’incontro pre-gara, la mia tensione è altissima. Sono stanco e ancora un po’ sballato dal fuso orario. La sala del villaggio olimpico di Sqaw Valley è piena fino all’inverosimile. Dovunque mi giro vedo un atleta fortissimo che domani arriverà qualche ora prima di me. La lista dei partecipanti quest’anno è impressionante. In mezzo alla confusione vedo in un angolo Gordon Ainsleigh che, con un lettino portatile, esegue trattamenti di fisioterapia (anzi di Chiropratici, come mi ha poi spiegato). Nel momento della presentazione dei top runners, il lettino è libero, così mi avvicino timidamente e con il mio inglese stentato gli chiedo se posso anch’io. Gordon con la sua barba bianca, i modi di fare pacati e calmi, sembra Babbo Natale. Chissà se anche Babbo Natale ha corso una cento miglia all’anno per quarant’anni?   Parlandomi sempre all’orecchio, per farsi sentire durante gli applausi rivolti agli atleti sul palco, mi fa mettere in diverse posizioni per sbloccare la mia schiena in vari punti. Mi affido a lui e, finalmente, mi rilasso. Mi hanno, sempre, incuriosito le mani di Gordon Ainsleigh. Nelle migliaia di foto che lo ritraggono sul percorso di gara le sue mani sono enormi, quasi spropositate rispetto al corpo. Solo ora, mi rendo conto che la leggenda delle Western States, colui da cui tutto è cominciato, è riuscito con le sue  possenti mani a sbloccare ossa e giunture del mio corpo legnoso che nessun fisioterapista  è mai riuscito a smuovere. Lo abbraccio per ringraziarlo e vorrei restare accanto a lui ancora un po’.  Vorrei un po’ della sua calma per affrontare il lungo viaggio.

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La seconda è meravigliosa. Di una gara, specie se molto lunga, si dimenticano tante cose, ci sono tanti punti nebulosi ma le partenze non si dimenticano mai.

E’ quasi l’alba, finalmente la tensione si placa, ora non c’è nient’altro da fare che correre. Da Sqaw Valley si sale lungo le piste da sci fino a Emigrant Pass. Fa già caldo, ma l’aria è, pur sempre, aria di montagna, fresca e pulita. Mentre cerco di capire come comportarmi e che ritmo tenere, mi giro e vedo il sole spuntare alle mie spalle sul lago Tahoe.  I colori sono quelli che solo i grandi spazi americani riescono ad assumere. E’ così bello che non sembra vero. Un’altra alba magica che si aggiunge alla mia collezione. Corro tranquillamente su di un meraviglioso sentiero costeggiato da prati fioriti illuminati dalla luce arancione del sole in compagnia di Stephy Howe e Magda Boulet. Sembra un sogno e durerà per i successivi cinquanta chilometri in cui assaporerò la pura essenza del “Trail Running” americano. In ogni corsa c’è sempre un istante in cui il tempo si ferma e mi ritrovo, come per magia, in perfetta sintonia con l’ambiente circostante.

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La terza è la più drammatica. Il momento più difficile.

Sono circa al settantesimo chilometro. Mi fermo per fare la pipì. Mi sembra un buon segno che mi scappi. Fin ora ho sempre corso, penso che una piccola sosta possa aiutarmi a fare il punto della situazione.  Nel momento in cui mi fermo, il vento apparente creato dal mio movimento cessa improvvisamente. Nei quaranta secondi in cui sto fermo, sento perfettamente salire la mia temperatura corporea. Mi rimetto in movimento, ma il momento magico è finito. Mi sveglio dal sogno. La salita per Devil’s Thumb mi sembra impossibile. Ho sempre più caldo, non riesco a ricordarmi quanto sia lunga. L’altimetria della gara non sembra essere più disponibile nella mia memoria. Eppure qui dovremmo essere ancora in quota e secondo i miei calcoli il caldo dovrebbe essere dopo, nella parte bassa della gara. Mi sembra di essere in trappola in un forno. Mi prende il panico, mi fermo, mi sembra di svenire. Come mi è, già successo altre due volte, quando si mette veramente male, mi vedo dall’esterno, da un  punto di vista un metro più alto della mia spalla destra. Mi vedo in ginocchio sul sentiero con Joe Grant che passando mi tocca la spalla sinistra. Considerando che Joe ha i capelli e la barba lunghi, biondi e ricci, l’immagine assume una connotazione mistico-religiosa. Cerco di respirare a fondo, ma l’aria del canyon è resa secca e rovente dai lunghi mesi di siccità che affliggono la California. Mi alzo, non posso stare li fermo, procedo molto lentamente, razionando l’acqua, ormai, calda nelle borracce. Mi passano in molti, i miei piani e strategie di gara si sgretolano come la sabbia asciugata da questo sole. Il mio cervello non vuole ricordare gli allenamenti fatti in pausa pranzo con due maglie di lana e i pantaloni lunghi, i quattro anni che ci sono voluti per poter vincere un pettorale. Mancano ancora novanta chilometri e questo, secondo le mie previsioni, dovrebbe essere solo l’inizio. In questo momento per lui è troppo, non è preparato e la gara deve finire. Per sopravvivere però devo uscire da quell’inferno. Molto faticosamente raggiungo la stazione di ristoro e chiedo di potermi sedere. Qualche dubbio poteva anche venirmi dal fatto che la stazione precedente si chiama Last Chance, in pratica ultima spiaggia!!

Non riesco a togliermi dalla testa il viso del pensionato che mi ha preso in carico, dal momento in cui mi sono seduto su quella sedia. Quando farfuglio del caldo, mi risponde sorridente “Welcome to California”. I suoi occhi gentili dietro gli occhiali spessi e sotto l’immancabile cappellino da baseball sono una delle immagini che mi frullano in testa più spesso. Grazie a lui, dopo più di venti minuti, trovo la forza di rialzarmi e abbandonare la mia sedia. Ho dovuto sputare l’ultimo gel perché mi dava la nausea. Voglio a tutti costi evitare i miei soliti problemi di stomaco, così prima di ripartire agguanto una manata di frutta. Non l’ho mai mangiata in gara, ma qualcosa devo tentare. Decido di procedere per tentativi di ristoro in ristoro, fermandomi e sedendomi a ognuno. La strategia sembra funzionare, sto meglio e comincio a correre bene tra una sosta e l’altra, recuperando parte del ritardo accumulato nelle soste. Di questa parte ho dei grossi buchi nella memoria, sembra non esserci alcuna immagine, quando, invece, sento ancora il sapore della polvere respirata tra i denti.

Sono in pensiero per la mia famiglia e Riccardo che mi stanno aspettando da oltre un’ora. Sono un po’ stanco e non mangio altro che frutta da più di cinque ore, cerco di non pensarci. Sono quasi in lacrime quando l’incontro a Foresthill. L’immagine di Irene e dei miei figli dopo cento lunghi chilometri è meravigliosa. Ero molto indeciso se avvalermi di un “pacer” e di una “crew” di assistenza o se fare come ho sempre fatto, da solo. Non mi piace che gli altri dipendano da me. Poi, ho seguito l’ottimo consiglio di un amico (grazie Davide!) e ho chiesto a Riccardo di accompagnarmi. Oltre che un ottimo corridore parla molto bene inglese (o meglio americano) e sono certo che mi sarà di grande aiuto quando non sarò più in grado di intendere e di volere neanche in italiano figuriamo in americano. Sono sempre dispiaciuto quando so che qualcuno mi sta aspettando. Ricky è impaziente di partire ed io non voglio deluderlo, quindi corro. Il “pacer” può solo parlare al proprio concorrente. Sembra poco, ma quando i pensieri sono confusi, si accavallano e confondono a causa della stanchezza, qualcuno che ti aiuta a rimetterli in ordine può fare la differenza. Gli spezzoni dei video che ho visto sulla gara si confondono con la realtà e mi accorgo che non avevo capito molto del percorso. Gli racconto l’accaduto e lui mi conforta dicendomi che la parte che stiamo per affrontare è molto corribile e che in molti hanno avuto problemi per il caldo e che procedono lentamente. A volte basta poco, una buona notizia per capovolgere la situazione. Non ho più pensato alla gara, ai tempi e alla mia posizione da diverse ore, tutto ciò era diventato secondario, l’importante era, solo, andare avanti.

Ho un’immagine molto chiara in testa di noi due che corriamo. Il sole sta tramontando e mi stupisco di riuscire a correre ancora così bene. Seguendo sempre la stessa strategia, procediamo velocemente, recuperando diverse posizioni fino alla venticinquesima. Riccardo è molto ottimista (grazie Ricky!!) ma un obiettivo riesco ancora a darmelo: arrivare sotto le venti ore. Non è molto, ho già corso una cento miglia sotto le venti ore, ma nella situazione attuale mi sembra un gran bel obiettivo. Mi rendo conto di essere al limite tra velocità sostenibile e apporto calorico. Quando si riescono a fare questi calcoli, vuol dire solo una cosa, che si sta molto meglio.


 

Poi ci sono due immagini da cartolina.

L’attraversamento dell’American River a Rucky Chucky è proprio come nei film. Giubbotto di salvataggio e via nel fiume fino alle spalle. Ho sognato questo momento per più di cinquanta chilometri. Mi sono immaginato l’effetto benefico dell’acqua fresca del fiume sul mio corpo. Dopo quindici ore, potersi immergere completamente in acqua vale quasi la fatica per arrivarci.

Rocky Chucky

Solo se penso ai tempi e alla classifica, mi viene in mente che, al centoquarantesimo chilometro, chiacchierando amabilmente, io e Riccardo non abbiamo visto una deviazione e ci siamo fatti quasi cinque chilometri in più perdendo venticinque minuti. Purtroppo in quei venticinque minuti ci hanno sorpassato ben dieci concorrenti che con i loro pacer fanno venti persone, praticamente un pullman. Di questi, ne recuperiamo solo due, ma poco importa, anche se il traguardo per un po’ si è allontanato la meta è vicina, la notte tranquilla e placida.

L’altra è quella che avevo deciso di condividere con Irene. Al ristoro sulla Highway 49 Riccardo e Irene si danno il cambio come previsto e noi due facciamo insieme gli ultimi dieci chilometri che ci separano da Auburn. In questi dieci chilometri il percorso attraversa il ponte chiamato No Hands Bridge (i nomi dei ristori sono sempre molto evocativi) che come da tradizione è addobbato a festa con migliaia di lucine. Il momento è solenne e proprio come me l’ero immaginato. Uno degli effetti collaterali delle gare lunghe è che ti mettono a nudo, dopo tante ore e chilometri i sentimenti ti affiorano a fior di pelle come il sudore. Sto per manifestare tutto il mio romanticismo a Irene, quando, per fortuna, alle nostre spalle intravedo le luci frontali di un altro concorrente con la sua pacer che arriva a gran velocità. E’ un po’ come scoprire di non essere soli quando si è convinti di esserlo e l’idillio svanisce.

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Guardo la luce che filtra dalle tapparelle con gli occhi impallati e mi rendo conto di non essere più ad Auburn ma a Milano. Mi giro verso il comodino, apro il cassetto dove custodisco i pettorali e vedo la fibbia d’argento, il viaggio è finito e, finalmente, mi addormento.

 

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