Western States Endurance Run 2012

26/06/2017 14:40

Western States 2012 Parte Prima

Aeroporto, ore 7:00. Un po'colpevoli per aver buttato Janpo giù dal letto all'alba per accompagnarci, gli offriamo almeno la colazione. Dopo aver imbarcato i bagagli,e ritirato i biglietti, finalmente è ora, si parte.
 
Fino ad Amsterdam il viaggio è breve, allungo le gambe e riesco ancora a dormire un po'. Una volta arrivati a destinazione ci orientiamo nello sterminato aeroporto, e cercando di non farci investire dalle macchinette elettriche degli inservienti ci avviamo al terminal. Controllo dei documenti, nuovo controllo dei documenti, scansione a raggi X e dopo un attesa di mezz'oretta ci imbarchiamo. L'aereo è uno di quei colossi a due piani che sembrano delle navi, posti strettini ed in più finiamo in mezzo, nella fila centrale da quattro, ma con una botta di fortuna quello a fianco a MC rimane libero: buon segno. Le 10 ore scorrono lente tra pranzo, cena, spuntino, film insulsi e qualche magnifica veduta dal finestrino di Islanda e Groenlandia durante le nostre passeggiate distensive; riesco a dormire poco, un po'perchè è pieno giorno, un po'perchè sono emozionato come un bambino.
 
Passiamo sopra al Lake Tahoe, nostra meta finale, ed in un attimo siamo a SF: prima di scendere rubiamo con discrezione entrambe le coperte ed i cuscini, che si riveleranno essenziali per le nostre notti in tenda. Riusciamo a  perderci di vista nello scendere dall'immenso aereo, ma ci ricompattiamo prima della dogana. Coda chilometrica, mi immagino discussioni, controlli, documenti incerti e vite spezzate dai funzionari come sono abituato a vedere da noi: mi chiedo se l'ESTA è a posto ed i passaporti vanno bene, e se non c'è nessuna irregolarità, e cosa mi chiederanno. Dopo quaranta minuti tocca a noi ed un gentilissimo omone di 150 kg e baffoni ci chiede semplicemente di appoggiare le dita su un touch pad, sorridere per la foto e riempire un modulo. E ci dice benvenuti negli Stati Uniti e fate un buon soggiorno. Nice 'n easy.
 
Borse arrivate (per non sbagliare la roba della gara era tutta nel bagaglio a mano, sarei rimasto senza mutande e spazzolino, ma con una scatola di GU, due paia di scarpe e le borracce a mano), usciamo dall'aeroporto e, si, siamo negli USA.
Autonoleggio, miracolosamente non cercano di venderci niente di aggiuntivo, anzi con grande gentilezza, ci mandano  al garage. L'addetto alla consegna macchine ci dice (sempre gentilissimamente, ovvio) che dobbiamo aspettare venti minuti. Beh, nessun problema, anche se effettivamente siamo stanchi per il viaggio, e comunque vogliosi di metterci in marcia.
I venti minuti diventa mezz'oretta, finchè il gentilissimo addetto non si spazienta: arriva un SUV gigante e ci dice "It's for you, you've got a free upgrade, thanks for waiting, have a nice trip".
 
Ringalluzziti partiamo. Si, ma dove si va?
"Ma, senti Mari, a 20 minuti dall'aeroporto c'è (casualmente) un negozio abbastanza famoso, che dici, andiamo a comprare le ultime cose? Tanto è presto, sono le due! E' anche coffe shop, così ci rilassiamo un attimo..."
"Ma si dai, benissimo"
 
Via, dritti da Zombie Runner: per chi non lo conoscesse, è un negozio culto tra i runner ed ultrarunner californiani. I proprietari Don e Gillian hanno nel curriculum due Badwater, svariate WS, un Grand Slam ed altri challenge come aver completato in 13 giorni il Bay Area Ridge Trail di 500 miglia. Il negozio, per noi abituati a credere che Chamonix sia la mecca del trailer, è devastante. La parete scarpe avrà 150 modelli, tutte le marche. Una parete di gel e nutrizione, una biblioteca con i testi sacri e video, un reparto abbigliamento esclusivamente tecnico (l'abbigliamento casual che da noi regge i negozi sportivi, qua non lo tengono!). Aggiungere un coffe shop con macchina Gaggia italiana ed un salottino relax. Il tutto in un vecchio cinema anni '50. Il paradiso di ogni nerd della corsa.
L'entrata di Zombie Runner
 Ci prendiamo un caffè e Don ci chiede da dove veniamo: quando scopre che siamo qui per la WS si illumina. Ci augura buona gara e buon soggiorno in NorCal e dopo gli ultimi acquisti partiamo verso Auburn, dove ci aspetta cena con Chris, il mio pacer che finalmente conoscerò di persona.
 
Ora, io vivo a Genova che già è una città piccola, ma in definitiva sono un paesano: come facevo a calcolare che qualche milione di persone al giorno esce dall'ufficio e per tornare a casa fa la circonvallazione della baia di SF? Sono due ore di coda e progressione a passo d'uomo, ma chissenefrega, sono in California, mi guardo intorno, e quando prima di Sacramento il traffico si fa scorrevole avviso Chris che siamo in leggero ritardo. Con la solita gentilezza US, mi dice di non farmi alcun problema e fare con calma, mi aspetta alla Auburn Ale House tranquillo.
 
Troviamo il motel, scarichiamo i bagagli, doccia velocissima e via verso il locale.
Riconosco Chris in fondo alla sala e finalmente ci conosciamo di persona: come via mail, il feeling è immediato, ho avuto una fortuna sfacciata.
 
Chris è di Lincoln, una cittadina a 10 minuti da Auburn, corre sempre in questi posti e due anni fa ha finito la WS. Da Rucky Chucky, miglio 75 circa, ha corso con dolori lancinanti ai piedi, ma ha finito (You've got to respect the race and the volunteers, mi dice): il giorno dopo ha scoperto di avere una frattura ai metatarsi da stress e di aver perso tutte e 10 le unghie per l'appoggio innaturale a cui le fratture hanno costretto i piedi. Ma l'ha finita.
 
Io e MC ci mangiamo un bel burger (primo di una serie infinita) e beviamo con gusto l'IPA locale, mentre Chis ci da consigli su percorso, crewing ed in generale su come affrontare la cosa: mi chiede quale target ho... ma è la mia seconda 100 miglia, la prima gara in America, dove la logistica, il percorso e tutto quanto è radicalmente diverso, non ho un vero target. Certo, gli dico che se sto bene a Foresthill, e sono nei tempi, un tentativo alle 24 ore lo farò. Lui mi dice di partire tranquillo, che la gara inizia al 60mo miglio e di stare attento a mangiare e bere. Le previsioni sono buone, non ci sarà il caldo atroce, e questo è bene, visto che abbiamo avuto un maggio freddo e piovoso. Lui ha avuto un po'di polmonite due settimane fa, preferisce dividere il pacing con un altro suo amico se per me è ok. Naturalmente è ok, e mi dice di andare domattina da Auburn Running Company e chiedere di Carey. Poi Chris ci chiede dell'Europa, si parla di vita in generale e le birre vanno: sto bene, mi sento emozionato, ma in maniera positiva, giusta. Sto vivendo un'avventura fantastica e mentre torniamo al motel mi rendo conto di quanto sono fortunato ad avere questa opportunità.
 
Si dorme poco nonostante la stanchezza ed il letto comodo: il fuso orario ci lascia alle 5 in piedi. MC mi chiede se ho voglia di fare una corsetta, tanto per scrollarci di dosso il viaggio. Sicuro!
Ci avviamo verso il paese nelle prime luci, giriamo un po'finche non troviamo il ponte bianco che segna l'ultima discesa verso la pista di atletica e con una certa emozione entriamo nello stadio della High School aspettando di vedere già tutto montato e pronto. Niente di tutto ciò, ci sono due signori attempati che stanno facendo footing e basta. Ritorniamo al motel, colazione e poi via, ricognizione delle Aid Station così MC fa pratica di strada e auto. Andiamo fino a Robinson's Flat, poi torniamo a Foresthill ed infine Green Gate ed Highway 49: avrà anche lei da farsi parecchia strada in macchina e a piedi, ma almeno abbiamo visto dove andare.
 
Ritorniamo ad Auburn ed andiamo in centro. Troviamo Auburn Running Company, una specie di tempio sacro della WS e dell'ultrarunning americano. Entriamo, iniziamo a curiosare tra scarpe ed abbigliamento, un commesso si avvicina e ci chiede (gentilmente, è ovvio) se abbiamo bisogno e poi se siamo lì per la WS: alla nostra risposta affermativa interviene un altro commesso "Are you italian? Davide? I'm Carey, your pacer!"
 
24 anni, una figlia che gironzola per il negozio a piedi scalzi ed un'altra in arrivo, è il prototipo della new generation di trailer US. Pantaloncini '70, Merrell Trailglove ai piedi e maglietta lisa e strappata. E' esaltatissimo dall'idea di aver trovato qualcuno da accompagnare, gli dico che sono io a dover ringraziare, ma risponde che per loro è un onore poter far parte della WS anche come pacer, e che è un piacere farlo per qualcuno che arriva da lontano. Eccezionale. Anche con lui, feeling immediato, parliamo un po'di corsa, mi ripete i consigli di Chris (partire tranquillo, la gara comincia al Cal Loop) e dopo aver comprato l'immancabile t-shirt e canotta di Auburn Running Company, mi dice che sarà fantastico.
Inizio a crederci.
Il tempio sacro

Noi ci incamminiamo verso il Lake Tahoe, non prima di aver fatto una visita ad un gigantesco supermercato di Roseville dove, dopo aver superato lo shock iniziale, compriamo le provviste per i giorni a venire, i materassini per la tenda e la bombola del fornello.

La strada sale quasi senza accorgercene verso Truckee, poi svoltiamo e dopo 15 minuti ecco il nostro campeggio: è spartano, ma molto molto bello. C'è dei wc a fossa, una fontanella e stop, in compenso ogni piazzola è gigante ed ha un fire ring con griglia, una panchina dove mangiare ed un box anti orso dove tenere cibo (e cosmetici). Montiamo la micro tenda e non resistiamo alla curiosità di fare un giro a Squaw Valley.

Squaw Valley si presenta come una specie di Cervinia costruita con gusto in una vallata spettacolare (ok, senza Cervino, è vero). E' un posto assolutamente finto, creato per ospitare le Olimpiadi invernali del 1960, ma gradevole. Appena arrivati, su una poltrona che si gode il sole, trovo il grande Andrew, un inglese con cui ho condiviso un bel tratto dell'UTMB e vari deliri. Ci sembra assurdo ritrovarci entrambi qui, ma è la magia del mondo del ultrarunning. Due parole, qualche scambio di opinioni e poi li lasciamo in pace ed andiamo a fare un giretto. C'è già l'arco della partenza, solite foto e poi finiamo a mangiare all' Aulde Dubliner: un (ovviamente finto) pub irlandese che però ha una buona zuppa che ci scalda, visto che l'aria si è fatta fredda. Ce ne accorgeremo soprattutto nella notte: qui sembra tutto ampio, vasto e così via, ma in realtà siamo a 2000 metri anche se ci passa l'autostrada e c'è una città da 400.000 abitanti a 10 minuti. Di notte la temperatura cala, e nei nostri sacchi a pelo ultraleggeri battiamo i denti, così ci stringiamo ancora più di quanto la nostra microtenda già ci obblighi. E per fortuna che l'aria è secchissima, altrimenti volavano i reumatismi.

Ci scaldiamo con la colazione e poi via verso Squaw Valley per visita e check in. Siamo tra i primi, c'è un bellissimo sole ed entro. Compilo un modulo e chiedo al mio vicino se mi firma la dichiarazione di responsabilità come testimone. "Sure", firma, leggo, è Michael Wardian: non credo lui sia rimasto impressionato come me quando mi chiede se posso fare altrettanto.
 
Avanti per la foto di rito, sguardo inebetito e poi giro pacco gara: nell'ordine mi consegnano uno zaino Mountain Hardwear, una maglietta tecnica Mountain Hardwear personalizzata WS 100, una felpa blu con zip e cappuccio con logo WS ricamato, un balaclava della Moeben personalizzato (ci ho messo un attimo a capire come si utilizza, e comunque non l'ho mai usato), una tazza termica da caffè (very USA) con logo, vari depliants, delle prugne ed albicocche secche ed una confezione di Udo's Oil che pare tutti i top bevano con gusto a colazione, pranzo e cena. Bottino interessante: la WS costa, e non poco, ma è difficile lamentarsi del pacco gara.
Passo ai controlli medici, mi viene preso il peso, la pressione e viene riportato tutto su di un braccialetto giallo: quando lo chiudono è un momento particolare, quello è il filo che ti lega alla gara. Ultime formalità, prendo il mio programma della gara, una bellissima pubblicazione con TUTTE le informazioni necessarie e foto fantastiche ed esco sulla Olympic Plaza dove MC mi aspetta.
 
E' presto, il briefing sarà alle tre, e così decidiamo di andare a Reno all'outlet Patagonia a curiosare. Pranzo a base di burger e siamo di ritorno appena in tempo per mettere tre drop bags di sicurezza e poi inizia il briefing con tutti i runners seduti nello spiazzo. 
Le file di drop bags pronte per essere caricate
Prende la parola John Trent, poi Greg Soderlund finchè sul palco non compare lui, il leggendario Gordy Ainsleigh, l'uomo che ha cominciato tutto.Con modestia dice al microfono che chi vuole farsi "aggiustare" può andare da lui, chiropratico di professione. E' davvero un personaggio: ci si aspetterebbe di vederlo imbalsmato in un ruolo istituzionale o rappresentativo, ed invece è lì come corridore e partecipante esattamente come gli altri, se non fosse per quello 0 che porta sul pettorale. Diciamo che riassume al meglio lo spirito della WS: sarà la prima 100 miglia del mondo, la gara che fa sognare la maggior parte degli ultratrailers americani e non solo, la storia del trail running, ma rimane una gara "locale", sicuramente sentita e partecipata dalla gente del posto, ma con un'atmosfera quasi intima e raccolta. Non è un circo, non è uno show, non è di proprietà di nessuno: era e resta una magnifica corsa a piedi, punto.
 
Greg Soderlund, RD uscente lascia la parola a Craig Thornley, poi piano piano vengono chiamati a parlare tanti volontari, dal Tim Twietmeyer ai responsabili medici, un giusto riconoscimento per i 1600 che servono per far correre 400 atleti. Poi Tropical John Medlinger, direttore di ultraRUNNING, speaker ufficiale, presenta i migliori uomini e donne sul palco. Viene osservato un minuto di silenzio per Stephane Brosse e poi liberi tutti. Ma non prima di aver sentito John Trent dare il bollettino per domani. In Farenheit non capisco al volo, ma dopo qualche calcolo mi viene fuori un 5 gradi Celsius da qualche parte: possibile? Nella testa tutte le mie certezze a livello materiali crollano facendomi cadere nella confusione totale: mi aspettavo di combattere il caldo torrido con bandanna rosso in tributo a Tim Twietmeyer ed invece dovrò mettermi la giacca? Ma perchè sempre a me il maltempo (vedi CCC 2010, vedi UTMB 2011)?
 
Il bieco consumismo mi fa uscire dal lieve stato d'ansia, e mi precipito al WS Store a comprare magliette della gara per me, MC e qualche amico, più due o tre cavolate. Mi sento chiamare, è Chris che è uscito prima dallo studio e si è fatto un ora di macchina per passare a salutarmi (e per comprarsi anche lui qualche maglietta e gadget hahaha). Ultimo consulto, raccomandazioni finali, e ci vediamo a Foresthill.
Io e MC ritorniamo al campeggio: è presto, ma voglio sistemare bene le mie cose e mangiare con la luce per poi andare a nanna. E così appena arrivati al caldo sole del pomeriggio mi metto a trafficare per preparare la roba del giorno dopo e lo zaino da lasciare a MC. Verrà a Robinson Flat (miglio 30), Michigan Bluff (miglio 55), Foresthill (miglio 62), Green Gate (miglio 80), Highway 49 (miglio 93) ed oviamente, speriamo, all'arrivo. Sono molto contento di sapere che la vedrò spesso, la cosa mi da parecchia sicurezza. Lei è un po'nervosa e così mi chiede di ripassare insieme quello di cui potrei avere bisogno, ma in fondo manco io lo so bene!
Psicosi da materiali
Comunque prepariamo tutto e poi mettiamo su la pasta. Intanto intorno a noi il campeggio si popola di altri concorrenti e volontari, visto che dormire a Squaw Valley costa delle cifre improponibili. Ci sono due signore attempate, due ragazzi giovani ed una coppia padre e figlio: lui è di Foothill, sobborgo di Auburn, conosce Carey che gli ha detto che avrebbe corso con un italiano, ed eccolo qui. E'alla sua prima 100 miglia ed il figlio gli farà da pacer, parliamo un po' e poi ci diamo appuntamento all'indomani.
Mentre andiamo a lavarci i denti un anziano signore attacca discorso: iniziamo a parlare amabilmente e scopro che l'anziano signore, di nome Mark Olson, ha corso la sua prima WS nel lontano 1983! Domani correrà per la sua sesta fibbia, ma nel frattempo si è finito due Badwater, Angeles Crest, Javelina Jundred, Leadville per restare alle 100 miglia, più un altra marea di gare storiche. Sono ammirato, la sua simpatia e modestia sono incredibili, arriva persino a chiedere a me come secondo lui dovrebbe vestirsi e cosa gli consiglio per l'alimentazione! Pazzesco.
 
Mentre ci mettiamo in tenda mi risuonano in testa le parole ed i racconti di Mark, sono emozionato come poche altre volte in vita mia: penso al mattino che verrà, ricontrollo le sveglie e mi stringo a MC che dorme già.
 

Western States 2012 Parte Seconda

Apro gli occhi qualche minuto prima della sveglia, e nel buio della tenda, con MC che dorme ancora, lascio andare la mente: 100 miglia attraverso la Sierra Nevada, una giornata intera solo con i miei pensieri sui sentieri. E' per questo che sono venuto fino qui, e adesso non vedo l'ora di poter finalmente correre.

Non sono neanche le quattro, ma tutto il campeggio è in movimento: smontiamo la tenda, ritiriamo sacchi a pelo e resto dell'attrezzatura e montiamo in macchina. Dieci minuti e siamo a Squaw Valley. Sosta bagno poi ci infiliamo nell'Olympic Center pieno di corridori, familiari e crew. Ci sediamo ad un tavolo, vado a prendermi il pettorale e la colazione e poi comincio a prepararmi come tutti gli altri runner famosi e meno che ho intorno. C'è Nick Clark che chiacchera con Krissy Moehl e Darla Askew, l'ambiente è molto rilassato, ma inizia a sentirsi la tensione del pregara. Io mi impomato i piedi, MC mi attacca il numero ai pantaloncini, infilo in tasca i sali e due gels, poi viene il dilemma: come mi vesto? Le previsioni danno addirittura pioggia e freddo, specie nel primo tratto, ma non è che saranno i primi 10 km e poi muoio dal caldo? Non voglio usare lo zaino, per una volta che posso, voglio correre solo con le due borracce, quindi manica lunga di lana e poi mi cambio a Robinson Flat. Però fuori albeggia, non sembra così tragica, facciamo manica lunga leggera di Patagonia e via.
L'emozione adesso è davvero tanta, MC mi riempie le borracce ed io ho ancora un attimo per me: infilo l'I-Pod e faccio partire gli M83, visualizzo la pista d'atletica, è lì che devo arrivare. Poi guardo l'orologio e vedo che la gente inizia a muoversi, mancano quattro minuti e usciamo.
Cervello in pappa
Non c'è fanfara, niente musica, mi metto dietro buono buono e saluto MC. Quando manca mezzo minuto Gordy fa il suo solito discorso di augurio e poi scandiamo i dieci secondi e via tra la gente.
Ok, ci siamo: è come se si chiudesse una porta e se ne aprisse un altra. Via pensieri, dubbi, timori, entra in scena la modalità viaggio, dove la concentrazione va nella gestione di gara, nell'economia delle forze e nel godersi il momento.
La prima salita ci porterà al Watson Monument, il punto più alto del percorso, 2900 metri. Si sale per le piste da sci su sterratoni belli larghi, alterno camminata veloce a pezzi di corsetta recuperando posizioni e cercando riferimenti tra la gente che ho vicino, ma è ancora prestissimo per cercare un ritmo continuo. A circa tre quarti di salita c'è la prima aid station: primo gel dal tavolo, un sorso d'acqua e via, c'è uno strappo ripido e trovo un gruppo con un andatura che mi piace. In testa c'è Meghan Arboghast, seguita da un altra ragazza che sta tirando decisa: capisco che sono un po' sopra il ritmo giusto e quando riprendono a correre nel falsopiano, rallento un po'continuando con la mia camminata veloce.
Nel frattempo abbiamo raggiunto le nuvole e c'è parecchio vento: la temperatura cala, ma è ancora accettabile.
Davanti a me Scott Mills, recordman del percorso over 60, qualcuno mi ha detto che se voglio stare dentro le 24 ore, la referenza è lui. Lo seguo per un po', e mentre chiacchera con un compagno rubo qualche dritta, poi li passo perchè voglio sbrigarmi a raggiungere la cima, ora piove con vento e per qualche strano ragionamento (la mente in un ultra è capace di tutto) sono sicuro dall'altra mi aspettino condizioni migliori.
 
Arrivo al Watson Monument che c'è una vera e propria bufera, la pioggia è diventata nevischio ghiacciato che arriva orizzontale e rende il lato sinistro del corpo inutilizzabile: dall'altra parte del passo però... è ancora peggio!
Ringrazio la provvidenza di avermi fatto mettere i guanti, e spero che andando avanti le cose migliorino. Effettivamente, dopo un lungo traverso esposto, entriamo finalmente nel bosco ed il vento ci da tregua. Procediamo in fila indiana su sentiero bellissimo, l'unico cruccio sono queste nuvole basse che mi impediscono di vedere il paesaggio della Sierra Nevada. Sono i primi chilometri di un avventura lunghissima, la mente lavora per cercare di levare pressione, mantenendo attenzione sui gesti ripetitivi della corsa: è il momento in cui le aspettative si mescolano con il timore di sbagliare approccio.
 
Il sentiero è un continuo saliscendi, e i sorpassi sono abbastanza complicati nonostante siano tutti gentilissimi (chi aveva dei dubbi?), finchè non entriamo in una sterrata e la fila indiana si rompe: c'è chi accellera deciso e chi rifiata un po', io ed altri due o tre decidiamo per la sosta bagno. In pochi minuti siamo al ristoro di Lyons Ridge: mi aspettavo pochissima gente perchè passa per essere remoto, invece ci sono una marea di volontari ed anche qualche spettatore. Ho il mio primo impatto con l'organizzazione WS: una signora mi si avvicina, mi prende le borracce e mi chiede cosa ci voglio dentro. Mentre afferro due gel ed una presa di arachidi salate (per golosità pura, giusto perchè le ho viste lì), riempie, chiude, pulisce ed è pronta a ridarmele appena accenno a riprendere. Il tutto con sorriso ed augurio di buona corsa. Appena uscito un signore in bici mi dice “Nice shirt” guardando la mia t-shirt con un pesce stilizzato e mentre sorrido mi lancia il primo di una lunghissima serie di “Good job man, looking good!”.
Mi piace questa corsa.
 
Si risale, e non è male, anzi. Double track che sale nel bosco, qui c'è vegetazione bassa, qualcuno passa, qualcuno viene raggiunto ma iniziano a formarsi dei gruppetti. Continuiamo a seguire la cresta, dopo un po'ricomincia a piovere ed in poco tempo sono zuppo. Finalmente, nella nebbia vedo spuntare Cougar Rock, non ho neanche il tempo di emozionarmi perchè tra pioggia e nebbia è meglio tirare dritto.
Cougar Rock
Ho davanti un ragazzo vestito da testa ai piedi Salomon ed un altro, li raggiungo in salita e dopo un po' inizio a parlare con il testimonial Salomon: si chiama Dalius, è lettone ma vive a Reno. E' molto simpatico e gli fa evidentemente piacere parlare: conosce benissimo il percorso anche se è alla prima WS. Mi dice che lo ha provato con John Trent due mesi fa e John gli ha confidato che in 9 edizioni (sta correndo per la decima) non ha mai visto una nuvola: mancavo io evidentemente. Vedo che sulle borracce ha le tabelle coi passaggi: mi chiedo come sto andando, e quando Dalius mi dice che punta ad arrivare tranquillo fino Robinson Flat per poi vedere se riesce ad accellerare per arrivare alle 21 ore, mi rincuoro ed allo stesso tempo mi rassegno a vederlo sparire presto. Rientriamo nel bosco e dopo poco arriva Red Star Ridge: prima della AS due ragazze mi chiedono se ho la drop bag. Si, ma avevo dentro solo lo smanicato da mettere perchè qui inizia a fare caldissimo di solito, oggi non so che farmene, quindi dico loro che non mi serve. Breve stop ed io e Dalius ripartiamo. In discesa prende solitamente terreno, ma in salita riesco a recuperare, e dopo un po' incrociamo il suo amico messicano che chiamano Jesus, praticamente un Krupicka versione mariachi, che purtroppo zoppica vistoisamente. Siamo in discesa fantastica tra tornanti nel bosco, peccato che abbia ricominciato a piovere pesante, sono zuppo e le mani sono sempre fredde, Dalius mi assicura che manca poco all'AS e lì troveremo finalmente brodo caldo. Iniziamo a sentire urla e tifo e sbuchiamo a Duncan Canyon.
 
C'è così tifo e caos che mando giù un gel, mi riempiono le borracce, ma riparto senza prendere un altro gel (poco male, ne ho altri due nella borraccia) e soprattutto appena Dalius mi raggiunge mi ricordo anche del brodo caldo. Vabbè, pazienza, almeno mi sono ricordato di ringraziare i volontari, fantastici. Il sentiero scende deciso, Dalius inizia la sua rincorsa e lo devo lasciare andare, non voglio assolutamente strozzarmi. Vado bene, nessun grosso problema, ma siamo quasi a 40 km, le gambe iniziano ad appesantirsi. Guadiamo un fiume e poi si risale: sulla salita speravo di recuperare terreno, ma qui non riesco a riavvicinarmi e mi passa una ragazza che sta tirando decisa. Aumento un po'lo sforzo e dopo un po'riprendo Dalius che ha fatto pausa bagno. Mi chiede se ho qualcuno a Robinson Flat, gli rispondo di si e allora mi dice di allungare che poi riprenderemo fiato lì! E così lo seguo accellerando un po', sicuro che vedere MC sarà un iniezione di fiducia ed energie. Oltre a potermi finalmente cambiare.
Io ed il grande Dalius
Due o tre miglia prima della AS vediamo Tim Twietmeyer venirci incontro con aria preoccupata, dopo poco due medici e capisco cos'era tutto quel trambusto in fondo alla discesa, c'era una runner in difficoltà. Scoprirò dopo che era Kami Semick in crisi d'asma causata dalle condizioni difficili. Il sentiero si apre, raggiungo la biondina che ci aveva passato in cima alla discesa verso Duncan Canyon e poi finalmente Robinson Flat! Mi pesano e poi mentre mi avvicino al tavolo per prendere gel e farmi riempire le borracce vedo MC che mi chiama. Ha approntato una postazione superprofessionale: metto un paio di calze asciutte, applico la crema allo zinco e finalmente metto la t-shirt manica lunga di lana, che piacere. I guanti restano quelli bagnati, ma pazienza. Faccio con calma e se mi passano in tanti, amen, mi ci voleva. Riparto rinfrancato, anche se la stanchezza inizia a farsi sentire; corro bene, ma non riesco ad aumentare il ritmo, ed i quadricipiti iniziano a farsi sentire. E'un po'prestino forse, ma insomma, trenta miglia sono fatte e non è poco.

Il bosco è fantastico, ma riprendere a piovere deciso, poi entriamo in uno sterratone che ci porta a Miller's Defeat. Sosta brevissima e via con un giapponese, si scende, ritmo costante e camminare.
La pioggia ci molla, finalmente. Corriamo nel bosco, ora il percorso è un po'monotono, ma cerco di stare attento a continuare a mangiare, un gel ogni mezz'ora, e prendere sali ogni tanto, finchè in fondo ad una discesa non si sentono le grida di Dusty Corner. Ahhhh, anguria, gel e ripartire, finalmente all'asciutto. Corriamo su una jeep road in un bosco favoloso, inseguo una ragazza con delle calze fucsia, non riesco ad aumentare il ritmo ma tengo deciso, ed appena ci sono due strappetti un po'più lunghi in salita me ne vado. Non ne posso più, non vedo l'ora di buttarmi nei canyon, voglio salita, caldo e camminare. Però l'avvicinarsi di Last Chance mi mette di buonumore: vedo i resti del villaggio minerario, arrivo, mi pesano, saluto le mie vicine di tenda tutte contente e mangio anguria (che bontà in gara). Riparto convinto che di lì a poco iniziera la discesa e poi vai con la salita di Devil's Thumb. Invece entro in un sentiero a mezzacosta: splendido, per carità, ma bisogna correre decisi. Tutto dritto, sono solo oramai da un pezzo e la testa inizia ad andare in pappa: ma quando arriva sta discesa? Sento il fiume sotto, ma il sentiero continua dritto ed imperterrito, basta, adesso mollo e cammino un po', sono più di 40 miglia che vado. Ma proprio in quel momento un rumore avanti: runner ahead. E così invece di mollare aumento per arrivargli a tiro e farmi trascinare (una delle mie tecniche preferite, lo so che il 99% delle persone odia avere uno dietro, ma in guerra vale tutto).
Lo vedo lì davanti, ora fa caldo, ma è vestitissimo, non starà morendo di caldo? Poi lo raggiungo, ci salutiamo e vedo che è Simon Mtuy. 8 volte finisher, ex recordman del Kilimanjaro, pacer di Kilian nella sua vittoriosa WS... Insomma, sarà magari in crisi, ma allora non sto andando malissimo.
Due parole, è simpaticissimo, mi dice che amministra le forze che la gara è lunga ma io mi sento ok. Oltretutto vedo davanti altri due runners e finalmente inizia sta cavolo di discesa verso lo swinging bridge. Incredibile come un evento stupido possa cambiare la giornata, ma adesso sono rinfrancato. In discesa cerco anche di stare alle costole di un tizio bello lanciato e lo mollo solo nel finale quando finalmente mi avvicino al ponte.
Non fa così caldo da gettarsi nel fiume, ma abbastanza da levarmi la maglietta, legarla in vita, e via con sta famosa salita di Devil's Thumb.
 
Il passo è buono, recupero posizioni, passo Jenny Capel che sullo zainetto ha una foto bellissima di suo papà ad una WS degli anni '80 e salgo. Dopo circa mezz'oretta ecco la cima: si, dura, ma niente di così epico, in Europa siamo abituati ad altro. In cima c'è un po'di confusione, prendo dalla mia drop bag, due gel GU, pastiglie di sali che ora fa caldo e riparto un po' frastornato. Raggiungo due o tre persone, sono carico anche perchè penso che mi sto avvicinando alla metà, ma all'improvviso ZAC. Dolore netto al ginocchio, tragedia. Inizio a pensare se da qua ce la farò ad arrivare camminando, che comunque vada dovrò soffrire, e mentre sono nel delirio sbaglio strada seguendo lo stradone sterrato su cui siamo. Scendo per cinque minuti poi attimo di lucidità: non vedi le bandelle? Torna indietro, non fare cazzate. E così faccio, anche se risalire in questo momento mi costa fatica. Ma nel momento in cui ritrovo le bandelle al bivio mancato, capisco di essere ancora della partita, la testa funziona.
Pazienza se ho perso 15 minuti, pazienza se poi il sentiero incrocia comunque la strada che avevo preso, sono ancora bello lucido, io sta gara la finisco, anzi, la finisco bene.
Si scende in maniera graduale, qui non perdo terreno, anzi, inizio a recuperare gente ed in poco tempo siamo a El Dorado Creek: posto magnifico, in fondo al canyon. Spugnaggio, perchè adesso il caldo picchia duro, carico acqua e GU brew ghiacciate, e subito via. Si risale verso Michigan Bluff dove finalmente rivedrò MC. Il ginocchio fa male, ma gli metto il silenziatore. In salita spingo e recupero due persone, poi la strada spiana e vedo la croce con sopra le scarpe da corsa... Sono a Michigan Bluff!
Il mio arrivo a Michigan Bluff
Alive and kickin'
Lo speaker chiama il mio nome, e vedo MC davanti che mi aspetta: peso, pieno di gel ed esco da lei che ha preparato sedia e materiale per cambiarmi le calze. Fantastico relax, facciamo due parole, ma ora sto benissimo, mi impomato i piedi, cambio le calze e mi rinfilo le scarpe. Le do appuntamento a Foresthill e ricomincio a correre tranquillo in un gruppetto di persone, su una sterratona di terra rossa nel bosco magnifico. Vado tranquillo, al mio passo, che però adesso è sciolto e non più contratto come prima: scendiamo a Volcano Canyon e mi gusto già la salita a Bath Road che in tanti dicono comunque tosta. E salgo bene, c'è una fontana per i cavalli della Tevis dove immergo la testa e dopo poco JB Benna, il regista di Unbreakable, è sul percorso con un cartello magnifico con scritto YOU'RE AWESOME e mentre passo mi dice “Do you remember that?”. Sorrido e gli dico “Sure man!” convinto e un po' commosso, che grande.
Il sentiero finisce, vedo l'asfalto ed ecco Bath Road: c'è Chris ad aspettarmi! E'come se mi dessero una carica di energia improvvisa. Mentre mi riempiono le borracce mi dice che sto andando benissimo e mi chiede come sto. Gli dico del ginocchio che fa male, ma per il resto sto bene e so di avere ancora qualcosa da dire, ho energie da spendere. Ho mangiato in continuo, bevuto con attenzione, coi sali sono ok ed i piedi anche: difficile che vada meglio di così dopo 90 km circa. Riprendiamo in salita al passo perchè il ginocchio ulula dopo lo stop, ma va bene, passerà.
Quattro chiacchere al miglio 60
Ci accompagna anche un amico di Chris, poi un altro ed arriva anche Maria Carla di corsa. Sto alla grande, Chris mi dice che ho appena davanti Matt Keyes, come lo definisce lui “Auburn legend”, quindi sto andando benissimo. Riprendiamo a correre, mi dice di andare tranquillo, ma non riesco a fermarmi, sono in “high” totale.
Riconosco la strada fatta giovedì in macchina e sbuco a Foresthill in mezzo ad un mucchio di gente. Mi viene incontro anche Carey, il mio altro pacer, è esaltatissimo, ci abbracciamo e poi vado al peso, mangio anguria, e riparto verso la macchina. Due ali di gente, sono esaltato, saluto tutti, poi vedo Chris che si ferma e da la mano ad un tizio: è Tim Twietmeyer, un icona della WS, 25 volte sotto le 24 ore, cinque volte vincitore. Gli chiede come va il suo runner (me) e Chris risponde che vado alla grande, poi chiede a me se so chi è. Sticazzi se so chi è. Auguri di Tim e ci vediamo all'arrivo.
Sullo sfondo io che parto per il Cal Loop, di schiena con la canotta rossa il mio altro pacer Carey.
Ai lati, Foresthill madness.
Breve stop per prendere la frontale, Chris saluta la sua compagna di corsa che è venuta a vederci nonostante sia in carrozzina dopo un brutto incidente. Saluto Maria Carla, le dico che ci vediamo al fiume e poi svoltiamo verso il Cal Loop nel sole del tardo pomeriggio.
 

Western States 2012 Parte Terza

Passato il frastuono di Foresthill, è ora di fare un piccolo check.

Chris, da bravo pacer, mi chiede informazioni. Preferisci stia dietro o davanti? Mmmh, chi lo sa, mai avuto un pacer! Facciamo così provo a stare avanti, se il ritmo cala, allora mi tirerà lui. Mi chiede se sto mangiando, e fino adesso non ho sbagliato un colpo, un gel ogni mezz'ora, mentre dai ristori prendo sempre un po'di anguria che sistema anche l'acidità di stomaco. Bere? Finora ok, ho una borraccia d'acqua ed una di GU Brew che bevo regolarmente. Sali? Ne sto prendendo, ma forse non abbastanza, così mi dice che me lo ricorda lui ogni tanto. Poi si mette dietro e mi dice di rilassare le spalle, accorciare il passo e via. A me non resta altro che rilassarmi, alzare la testa e vedere che sono in un posto magnifico: stiamo entrando nel Cal loop, una lunga discesa verso l'American River in un ambiente allucinante. 

Il dolore alle ginocchia sta andando via, ho capito che è la bandelletta, e ora sono molto meno preoccupato, basta non raffreddarsi e fino alla fine ci arrivo; le gambe ci sono, i quadricipiti tengono, il fiato c'è... E'venuta l'ora di darsi da fare, mi sento bene, fuori le palle adesso. Inizio a macinare e recuperiamo una o due coppie pacer-runner. Chris mi tiene aggiornato e sotto controllo, è esaltato perchè stiamo macinando deciso e la cosa mi gasa ancora di più. Arriva Cal 1: gel, anguria e ripartire con due pugnalate alle ginocchia. Però appena mi scaldo ripartiamo decisi, corro in discesa, corro in piano e corro anche in salita, prendiamo un po'di gente che inizia ad essere provata e finalmente raggiungo anche il mio amico Andrew: due parole, ci pompiamo un po'a vicenda ma in salita riparto deciso... Il sentiero è meraviglioso, il fiume sul fondo valle scorre tranquillo nel sole del tardo pomeriggio, con Chris parliamo del più e del meno, confrontiamo le nostre storie come se ci conoscessimo da anni e la strada va. Passa anche Cal 2, sempre dolore a ripartire ma non ci ferma nessuno, pasiamo gente in continuazione e Chris continua a spingermi, non sono mai stato così bene, corro, al caldo, su un sentiero magnifico con un amico al mio fianco che pensa ad ogni mia necessità...Vorrei che non finisse mai, sono in uno stato di sospensione, non sento la fatica e nella mia testa vado via leggero, mi godo il momento, ma allo stesso tempo inizio a pensare al fiume, al prossimo ristoro, perchè vedo che sto andando bene, voglio spingere ancora un po'più in la l'asticella.
Arriva Cal 3, è in mezzo al bosco in posizione favolosa, sali, gel, acqua e ripartiamo per raggiungere il fondo del canyon, nei tornanti passiamo altre tre o quattro persone. Ora il sentiero è un po'più monotono, diventa stradone, ma finalmente laggiù in fondo si vede l'attraversamento dell'American River. L'arrivo a Rucky Chucky è fantastico: il responsabile dell'Aid Station è un amico di Chris, quando ci vede arrivare ci viene incontro, stretta di mano e mi dice che arrivare all'attraversamento con la luce del sole è un gran risultato. Un po'mi esalto anche, ma oramai lo sguardo è verso il fiume e la corda tesa, ci saranno 10 persone a mollo nell'acqua gelida per farci passare, magnifico.
L'acqua è fredda, ma con la corrente sembra si porti via anche il caldo, la polvere, il sudore, la fatica della giornata. Mi vengono in mente le parole di AJW, veterano della WS, in cui dice che al fiume è dove si inizia a sentire l'odore del fienile, quello dell'arrivo.
La mia foto preferita, io e Chris a Rucky Chuck
L'attraversamento è più deep di quanto pensassi, si va a mollo fino al torace! Poi usciamo, c'è un'altra AS ma tiro dritto verso la salita a Green Gate, in cima dovrebbe esserci MC. Anzi, credevo ci fosse addirittura venuta incontro.
Chris sta per finire il suo turno, ma mi vuole lasciare con un ultimo sforzo, dopo un quarto d'ora di powerhiking, mi chiede di riprendere a correre perchè vuole passare i due runners davanti a me. E allora vai, corsa e finalmente Green Gate.
 
Penso che cambierò le calze zuppe e mi metterò la t-shirt oltre a prendere la frontale. Ma arrivati su, niente MC e Carey. Momento di smarrimento.
E'incredibile come siamo al limite in una gara così, mi chiedo come mai non sono arrivati, ma capisco che non devo lasciarmi toccare. Chris mi chiede se voglio che venga con me, ma penso sia meglio che resti qui, piuttosto mi raggiungeranno ad Highway 49. Per fortuna ha una maglietta da darmi, metto la frontale e via. Ginocchia cementate, ma piano piano si sciolgono e con il ritmo cerco di entrare in una stanza vuota, lasciare fuori i ragionamenti astrusi e pensare a portare avanti i bisogni essenziali: correre, mangiare, bere. Attenzione al massimo, ora è la frontale ad illuminare il sentiero, ma per qualche motivo, il fascio di luce ristretto mi rassicura, mi aiuta a concentrarmi. Vado bene, ma quando sento il mio nome chiamare dall'altra parte della valle e mi giro e vedo la frontale di Carey che si avvicina a velocità della luce, mi si apre il cuore. Mi dice che si è rotto il bus che fa i trasferimenti, ha corso come un matto per arrivare a Green Gate e poi per raggiungermi, mi dice che sto andando alla grande, da Foresthill ho guadagnato circa 20 posizioni.
Qualcosa scatta nella mia testa, adesso sono arcisicuro che alla fine ci arriviamo, Carey è carico come una sveglia, riprende alla grande il lavoro di Chris. Ci mettiamo a parlare di corsa, scarpe, famiglia, lavoro; nella notte si crea un legame che è difficile da spiegare, bisogna viverlo.
Nel frattempo, continuiamo a pestare, passiamo un po'di gente ed ora si vede che le miglia sono tante, parecchi sono belli cucinati, mentre noi teniamo un ritmo deciso, però ad ogni incrocio è uno scambio di “Good job man, looking good” “Keep going man”. 
 
Sentiero magnifico, la notte è bellissima, ci accodiamo nel single track ad un'altra coppia runner-pacer, il pacer ci chiede di dove siamo Carey risponde Auburn, io Genova, Italy. Si mettono a ridere per la stranezza della coppia, poi mi chiede se ho un target: gli dico che sto bene, vorrei stare sotto le 24 ore. Scoppia a ridere e mi dice che se continuo così rischio di andare sub 21. Per la prima volta nella giornata guardo l'orologio senza pensare alle mezz'ore del gel, mi giro verso Carey che ride ed annuisce. Ci siamo. ALT, qui ho la mia dropbag, decido di lasciare una delle borracce tanto la notte è fresca. Mi pesano, sono ok, è tutto il giorno che sono in bolla, segno che non ho sbagliato. Sono felice, sto vivendo il mio sogno, è tutto incredibile, la compagnia dei miei pacer, il cameratismo con gli altri runner, i volontari gentilissimi ed un ambiente unico... Certo, sono 80 miglia che vado, ma fa tutto parte del gioco, è proprio la fatica che si fa sentire che rende tutto così emozionante.
Brown's Bar è gestita dai Rogue Valley Runners di Hal Koerner, ci sono gli Stones ad un volume tellurico e atmosfera di festa. Gel, pieno alle borraccia e via, meno mi fermo meno male fanno le ginocchia, sono “cattivo”, voglio andare. 
 
In un attimo siamo ad Highway 49, dico a Carey di riempirmi lui la borraccia perchè io non mi voglio fermare, salgo appena sulla bilancia e scappo via in salita. Carey mi raggiunge, mi dice che siamo all'ultimo sforzo e quasi un po'mi dispiace, ma non vedo l'ora di entrare nella pista, rivedere MC, Chris e condividere con loro l'arrivo. Prima di scendere nel bosco verso No Hands Bridge passiamo Erik Skaden... Uno che alla WS è arrivato anche secondo, che la conosce come le sue tasche. Ho un po'paura per la discesa, ma è meno peggio di quello che mi aspettavo, compaiono le luci, gli AC/DC a manetta ed ecco No Hands Bridge: brividi. Anche qui non mi fermo, chiedo a Carey di prendermi un gel e riempire la borraccia.

Passiamo Denise Bourassa e poi sono sul ponte con i parapetti illuminati ed il cielo stellato, Carey mi raggiunge e spegniamo per un attimo le frontali e ci godiamo la notte. Che meraviglia. Poi Carey mi dice che ha i crampi e che è meglio io vada, perchè vuole che arrivi sotto le 20 ore e mezza. Lo lascio a malincuore e vado avanti. Sono tranquillo, corro e mi aspetto l'ultima salita, non mi spaventa certo. Dietro di me vedo una frontale che si avvicina veloce, e un po' mi scoccia: da Foresthill in poi, non mi ha passato un singolo runner, voglio arrivare con lo score pulito. Accellero, ma dietro accellerano, io più di così non riesco, siamo in salita e devo concedermi qualche tratto di camminata. Poi mi giro, è qui: ma è Carey porcatroia! Non mi arrabbio neanche perchè sono troppo contento di averlo lì, e finalmente attacchiamo la salita verso Robie Point. 99 miglia fatte, ma in salita esce l'animo europeo, Carey non riesce a starmi dietro, poi la strada spiana e siamo all'ultimo ristoro. Bevo un bicchiere di ginger ale (non so manco io perchè) e siamo sull'asfalto. Carey mi dice che tra 500 metri c'è la casa che fa WS party tutta la notte, sono suoi amici. Ci avviciniamo e c'è una frontale che mi fissa senza capire chi sta arrivando: mi avvicino ed è Maria Carla! 
WS party e marshmallow arrostiti, la ricompensa per MC
Dal party scoppia un boato, mi hanno anche fatto un cartello personalizzato che hanno messo sopra il “one more mile”. Saliamo tutti insieme, mi viene incontro anche Chris e riprendiamo a correre; passiamo il ponte e mi viene da ridere, ce l'ho fatta. Mi gusto il momento con chi mi ha accompagnato e poi finalmente le ultime case, mi levo la frontale ed ecco il cancelletto della pista. E' un momento magico, nella sua semplicità: silenzio della notte e la voce di Tropical John che annuncia “From Genova, Italy, first time finisher, Davide Grazielli”. Chris mi lascia prima della curva dicendomi che questo è il mio momento, di vivermelo tutto. Sul rettilineo finale è il solito film della giornata vissuto in 20 secondi e poi l'arrivo, Tim Twietmeyer che mi mette la medaglia al collo e mi stringe la mano, mi pesano, finalmente abbraccio Maria Carla e poi... e poi non so più cosa fare! 
Senza parole: momenti che valgono una vita


Dopo 20:24 minuti di corsa, pensieri, cervello in movimento, mi ritrovo senza niente da fare e sono anche un po'smarrito. Poi arrivano Chris e Carey, ci abbracciamo, vado ai prelievi del sangue ed analisi e finalmente inizia a scendere quella sensazione di benessere, soddisfazione allo stato puro e l'orgoglio di aver messo tutto sulla linea e portato a casa l'arrivo. Poi mi ricordo che è solo una corsa e allora mi metto a ridere, perchè una corsa non è una cosa seria.

Levo le scarpe, chiamo mio papà, che un po' della colpa se sono qui ad aver fatto 160 km è anche sua, e poi Chris mi manda a farmi massaggiare da Monster Massage. A fianco a me c'è la Arboghast, ma gli altri tavoli sono vuoti, così si concentrano in due su di me: mi chiedono se conosco la tecnica del “Tissue Breaking”. Boh, io non ci vado mai a farmi massaggiare, ma faccio il brillante, vai tranquillo. Mi dicono che mi farà bene, poi inizia una delle mezz'ore più lunghe della mia vita: mi stanno massacrando secondo il principio (malvagio) che se spezzano i tessuti, affluirà più sangue ed il processo di recovery sarà accellerato. Dolore.
Se ti piace soffrire: Monster Massage
Finita la sofferenza (MC mi dice che io urlavo, ma la Arboghast piangeva proprio) mi levo la soddisfazione di avere una foto da Larry Gassan che fotografa tutti i finisher: le sue foto mi piaciono da morire e ci mettiamo a parlare un po'visto che ha vissuto anche a Gorizia.
Ma sto prendendo freddo, e così ce ne andiamo a fare la doccia, mentre Chris e Carey mi danno appuntamento a domattina per la premiazione. Cesso, doccia, abbigliamento pulito e poi a dormire in macchina. Dormire per modo di dire, troppi pensieri, troppa caffeina, troppo male alle gambe... Ma va bene così.
Larry Gassan Photo
Mi sveglio alle 6 per andare al bagno e scopro che il viaggio prenderà parecchio tempo e sudori freddi, le gambe sono andate. La buona notizia è che stanno iniziando a dare la colazione, un orgia di cibo grasso ed invitante per cui la Western States è famosissima. Sveglio MC e ci avviamo in coda assieme agli altri “reduci”, c'è il sole, ridiamo, scherziamo e affondiamo nei pancake, miele, uova, bacon, salsicce, anguria, melone, caffè, aranciata. Poi ci mettiamo sulle gradinate e vediamo gli arrivi susseguirsi: quando vediamo Mark Olson entrare nello stadio ci precipitiamo (io per modo di dire, meglio sostituire con “mi trascino”) verso l'arrivo per congratularci con lui. A distanza di tre settimane, scopriremo poi, sarà di nuovo sulla linea di partenza, questa volta per la Badwater: finita anche questa. E a me che sembrava un simpatico anziano.
 
Viene anche l'ora della premiazione, ci sono tutte le fibbie esposte ed i trofei con i due cougars e tutto intorno è una parata di campioni, vecchi finisher che sfoggiano la loro fibbia e normali carneadi come il sottoscritto. Arriva Chris,e dopo poco ecco anche Carey: Chris apre lo zainetto ed escono 4 birre (vietatissimo, ma bisogna festeggiare). Ecco perchè ieri mentre correvamo mi ha chiesto che birra mi piace! Per loro Sierra Nevada Pale Ale, per MC Moonlight Wheat, per me Torpedo IPA: il primo sorso sa di pioggia, polvere, sudore, fatica, alberi e strada, tutta quella fatta per arrivare fino qua. E' la migliore birra che abbia mai bevuto. Poi chiamano i finisher per fascia oraria e quando tocca a me mi ritrovo a fianco Wardian da una parte e Matt Keyes, l'amico di Chris e Carey, alla sua sesta fibbia, dall'altra. Emozione incredibile, sembro un bambino con il suo giocattolo: una cintura da tamarro, ma in quel momento mi sembra favolosa.
Il muro delle fibbie
Prima di allontanarmi uno del Board of Trustee mi chiama da parte: diomio, cosa ho combinato? Mi avvicino e con fare cospiratorio mi dice “Italy–England nil-nil, they're at the extratime. If someone score, I'm coming to tell you!”. La partita... scoppio a ridere, ma dove la trovi un atmosfera così familiare, ed un clima così? Me ne torno sul prato con la crew e l'amico Andrew: foto di rito, finiamo le nostre birre tranquilli e ci diamo appuntamento per la sera, poi finalmente in motel. Lavatrice generale, doccia e poi mi si stanno chiudendo gli occhi, mi butto a letto, gambe in alto e finalmente riesco a dormire.
Suona la sveglia, sono demolito, ma voglio andare ancora a bere una birra con Chris e Carey. Entriamo al Cars e scopro che hanno chiamato anche Matt Keyes ed altri loro amici di Auburn, parliamo di corsa, America, Europa, UTMB, Hardrock, personaggi, e ci passiamo una grande serata con i nostri nuovi amici. Incredibile ospitalità americana, chissà se riuscirò mai a sdebitarmi per quello che hanno fatto per me. E'il momento dei saluti, ce ne torniamo al Motel 6 e prima di addormentarmi faccio solo in tempo a guardare il cielo fuori dalla finestra, illuminato dalle stelle che ieri notte mi hanno accompagnato: thank you Sierra Nevada, I'll be back.

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